Mamma. Papà.
Questa lettera forse non ve la manderò mai.
O forse sì.
Non lo so. So solo che ho bisogno di dire queste cose da tempo.
Mi guardate e dite che sono cambiato.
Che non parlo più. Che ho amici strani. Che non mi impegno.
Mi osservate come se fossi un mistero improvviso.
Ma io non sono cambiato all’improvviso. È successo a poco a poco. Ogni volta che vi ho detto qualcosa e non mi avete ascoltato.
Vi ricordate quando alle medie mi prendevano in giro?
Ve l’ho detto una volta, con la voce un po’ tremante:
“Mi danno del finocchio in classe…”
Mi avete risposto:
“Ma dai, non te la prendere. Sono bambini.”
“Tu devi essere superiore.”
Io non volevo essere superiore. Volevo essere visto.
Volevo che mi chiedeste come mi faceva sentire. Volevo che mi chiedeste:
“E tu, come stai in quella classe?”
Ma invece avete minimizzato.
E così ho smesso di dirlo.
Ho cominciato a sentirmi sbagliato.
Vi ricordate quella volta che mi avete chiesto perché non uscivo più
Io ho provato a dirlo.
Ho detto:
“Con i miei amici non mi trovo più tanto…”
E subito avete chiesto:
“Che ti hanno fatto? Perché sei così permaloso?”
Non mi avevano fatto niente.
Solo che io, in quel periodo, stavo male. E sentivo di non appartenere più a nessun posto.
Avrei voluto che mi chiedeste:
“Ti senti solo?”
“Hai voglia di parlare?”
Invece ho capito che se non avevo “una ragione oggettiva”, non valeva la pena dire nulla.
E ho smesso di raccontare.
Vi ricordate quando mi è venuto il primo attacco d’ansia?
Vi siete spaventati, lo so.
Ma quando ho provato a spiegare, mi avete detto:
“Non devi farti venire ste cose. È tutto nella tua testa.”
“Stai troppo al telefono, ecco cos’hai.”
Ecco. Anche in quel momento ho capito che non era il mio stare male che vi preoccupava.
Era che non sapevate cosa farci.
E allora ho deciso che era meglio non darvi un altro pensiero.
Ho imparato a trattenermi.
Ogni volta che non vi ho parlato… vi ho protetti
Sì, vi ho protetti.
Dalle mie paure. Dai miei pensieri. Dalla mia tristezza.
Vi ho protetti perché ho capito che siete fragili.
Che se vi dico che sto male, vi sentite in colpa.
Che se vi dico che ho paura, vi preoccupate e basta.
E io, a voi ci tengo.
Anche se lo nascondo. Anche se faccio l’adolescente scontroso.
Ma ora… io non ce la faccio più
Perché mi sto dimenticando come si fa a parlare.
Come si fa a fidarsi.
Come si fa a chiedere.
E mi spaventa questa cosa. Perché ho paura che un giorno mi chiuderò del tutto, e allora sarà troppo tardi.
A volte vorrei dirvi:
“Venite nella mia stanza e restate lì in silenzio.”
“Guardatemi anche se non so cosa dirvi.”
“Non scappate dalla mia tristezza.”
“Non fatemi sentire che devo guarire in fretta.”
Io vi amo, ma non riesco a dirvelo
E non voglio un genitore perfetto.
Non mi interessa se siete incerti, spaventati, pieni di dubbi.
Mi interessa solo che sappiate restare.
Anche se ho la camera in disordine.
Anche se ho amici che non capite.
Anche se non vi somiglio più.
Vi faccio una promessa
Io proverò a raccontarvi chi sono.
Ma voi… non chiedetemi risposte perfette.
Chiedetemi piuttosto:
“Come stai, oggi, davvero?”
“C’è qualcosa che vuoi dirmi, anche se non sai bene cosa?”
“C’è qualcosa che ti pesa e non sai come si chiama?”
E soprattutto: guardatemi con quello sguardo lì, quello che dice:
“Ti vedo. Anche così. Anche se stai male.”
Una richiesta: aiutatevi anche voi
Se sentite che non ce la fate a reggere tutto, non vergognatevi.
Chiedete aiuto.
Anche voi.
Trovate uno spazio che vi aiuti a riconoscervi, a capire cosa vi succede dentro quando io sto male.
Andteci voi dallo psicologo, non basta che ci vada io..
Non è per chi ha sbagliato. È per chi vuole esserci davvero.
Se ci andate, io lo sento. Lo capisco.
E magari, prima o poi, torno a raccontarvi anche tutto quello che non ho mai detto.
Con affetto,
Vostro figlio.
un posto sicuro per te

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