Riflessioni dopo Adolescence

Si lo so arrivo tardi…ormai ne avete letto e sentito da parte di tutti… ma sono riuscita a vederla solo oggi, e non ho voluto leggere nulla per non condizionarmi, quindi, se vi va, vi codivido le mie riflessioni su questa serie che ho apprezzato.
“Mio padre mi picchiava, e io non gli ho mai alzato le mani.”
Questa frase, pronunciata dal padre del giovane assassino nell’ultima puntata della serie Adolescence, è un pugno nello stomaco. Racconta di uno sforzo immenso: spezzare la catena della violenza, fare meglio dei propri genitori, proteggere i figli da ciò che abbiamo subito.
Eppure… non è bastato.
Perché essere un genitore migliore non significa solo evitare di fare del male. Significa riuscire a vedere chi hai davanti. Non il figlio che avresti voluto, non la tua rivincita sul passato, ma una persona — unica, irripetibile, con bisogni, desideri, fragilità che non ti appartengono.
Fare il contrario non è sufficiente, se non c’è un lavoro vero per spostare il focus da noi a lui. Il rischio, altrimenti, è che anche la nostra genitorialità — pur animata da buone intenzioni — sia centrata sul nostro vissuto, e non sulla relazione con nostro figlio.
Ogni figlio vuole essere visto. Non per ciò che fa, ma per ciò che è.
Al cuore della questione c’è un bisogno antico, universale, profondo: essere amati per ciò che si è. Non per come ci si comporta. Non per come si rende fiero un genitore. Non perché si eccelle. Ma perché si esiste.
Ogni figlio, più o meno esplicitamente, ci chiede:
“Guardami. Osservami. Apprezzami. Ammirami. Non perché ti faccio sentire speciale, ma solo perché io sono.”
E quando questo bisogno non trova risposta, quando lo sguardo genitoriale è rivolto altrove — verso un ideale, un’aspettativa, un progetto — il figlio si spegne un po’. Si adatta, si modella, si piega. Fino a diventare qualcosa che non gli somiglia più.
Figli adattati, genitori fragili.
Oggi molti adolescenti non protestano, non si ribellano, non urlano. Si adattano. Si impegnano a non far soffrire chi li ama. Crescono imparando che non devono disturbare. Che le emozioni vanno gestite da soli. Che il dolore non si porta in famiglia.
Diventano adulti prima del tempo, non per forza perché lo vogliono, ma perché percepiscono che è necessario. Perché temono che, se mostrassero davvero chi sono, perderebbero lo sguardo dell’altro.
È un gesto d’amore che spesso passa inosservato. Ma è anche un gesto che può costare carissimo in termini di autenticità e salute mentale.
L’amore che fa male è quello che non lascia spazio
Il padre del ragazzo, nella serie, ha dato a suo figlio ciò che lui forse puo essere mancato forza, resistenza, durezza. Ma forse non gli ha mai chiesto: “di cosa hai bisogno tu?”
Quel figlio, che amava disegnare, che aveva una sensibilità silenziosa, si è trovato a vivere in una famiglia dove questa parte non solo non era riconosciuta, ma era ignorata. Così, per non deludere, ha lasciato andare la parte più vera di sé. E ha cominciato a diventare altro.
Quando un figlio rinuncia a chi è per sentirsi amato, a volte lo fa per amore. Ma è un amore che lo consuma.
Padri fuori scena, figli che inciampano.
Il ruolo del padre oggi è sempre più sfumato. Tanti uomini partecipano alla crescita dei figli da piccoli, ma si defilano quando arriva l’adolescenza. Quando le emozioni si fanno ingombranti, e la relazione si complica.
A volte si tratta di una fuga inconsapevole. Altre volte è il riflesso di una ferita : vedere il figlio crescere può riattivare ricordi personali di fallimenti, umiliazioni, mancanze. E allora quel figlio viene vissuto come un rivale, un estraneo, o un mistero che non si ha il coraggio di esplorare.
Eppure proprio in quell’età scomoda, incerta, confusa, è fondamentale che i padri restino. Non per insegnare, ma per esserci. Per offrire una presenza silenziosa ma solida. Per dire, anche solo con uno sguardo: ti vedo, e ci sono.
Educare non è modellare. È sostenere.
Essere genitori oggi è difficile. Lo sappiamo. C’è l’ansia di sbagliare, il bisogno di fare meglio del passato, la pressione di riuscire anche qui. Ma l’educazione non è un campo di perfezione. È un territorio di relazione.
E allora non servono genitori impeccabili. Servono Adulti, disponibili. Non sempre pronti, non sempre lucidi, ma veri. Che sanno restare anche quando è difficile. Che riescono a reggere la fatica di ascoltare qualcosa che non si capisce o che fa male. Che smettono di chiedersi “sto facendo abbastanza?” e iniziano a chiedersi: “chi ho davvero davanti?”
ho trovato davvero ILLUMINANTE la definizione di gentore del Circolo della Sicureza: più forte , più saggio, piu grande, più affettuoso…in altre parole...Adulto.
E adesso?
Adolescence non è un trattato di psicopatologia. Non dà spiegazioni né soluzioni. Ma ci offre uno specchio. Uno spazio per riflettere su cosa vediamo — e su cosa non vogliamo vedere — nei nostri figli.
Possiamo usarla come occasione per aprire un dialogo:
– “Cosa hai pensato del padre?”
– “Secondo te, cosa mancava in quella casa?”
– “Ti sei mai sentito così, inascoltato?”
– “Cosa avresti voluto succedesse, se fossi stato tu quel ragazzo?”
Una serie può diventare un momento di relazione. E la relazione è, oggi più che mai, lo strumento educativo più potente che abbiamo.
Non servono metodi. Serve la disponibilità a vedere davvero chi è nostro figlio. Non per come ce lo siamo immaginato, ma per come ci sta dicendo, ogni giorno, di voler essere.

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