Ci sono persone che…
Ci sono persone che vivono con un senso di insoddisfazione costante, come se nulla fosse mai abbastanza, anche quando ottengono successi e riconoscimenti. A volte, questi momenti di soddisfazione durano solo un attimo prima che emerga di nuovo un senso di vuoto o la necessità di raggiungere un nuovo traguardo.
Può capitare di oscillare tra fasi in cui ci si sente sicuri, pieni di energia e determinati, e altre in cui si avverte un senso di isolamento, di distanza dagli altri, quasi come se nessuno potesse davvero comprendere cosa si provi.
Il rapporto con gli altri
Alcune persone sentono un costante bisogno di essere viste e riconosciute, ma, allo stesso tempo, temono che gli altri possano avvicinarsi troppo e scoprire qualcosa di fragile o imperfetto. Possono avere relazioni intense, ma spesso sperimentano una tensione tra il desiderio di essere apprezzati e la paura di essere delusi o messi da parte.
Ci sono anche persone che preferiscono tenere una certa distanza, evitando il coinvolgimento emotivo profondo, perché sentono che potrebbe renderle vulnerabili o farle dipendere dagli altri. A volte, costruiscono un’immagine di autosufficienza, ma dietro questa facciata si nasconde la paura di non essere accettate per ciò che sono realmente.
Le emozioni difficili da gestire
Quando qualcosa va storto o non viene riconosciuto lo sforzo fatto, può emergere una forte rabbia o un senso di ingiustizia. Alcuni reagiscono con durezza, altri si chiudono in se stessi, evitando il confronto per non sentire il peso del fallimento o della frustrazione.
Può capitare di sentirsi costantemente sotto pressione, come se bisognasse sempre dimostrare il proprio valore. Eppure, mantenere questa immagine richiede uno sforzo enorme, che spesso lascia esausti, incapaci di provare vero piacere o soddisfazione nelle cose quotidiane.
I pensieri ricorrenti
Ci sono persone che passano molto tempo a riflettere su ciò che non ha funzionato in passato, rimuginando su ingiustizie subite o momenti in cui non si sono sentite riconosciute. Altre, invece, sono assorbite dal futuro, immaginando scenari in cui riusciranno finalmente a dimostrare il proprio valore o a ottenere ciò che sentono di meritare.
Alcuni hanno imparato a difendersi creando una sorta di distanza emotiva dagli altri, evitando il confronto diretto e preferendo relazioni più superficiali o controllate. In altri casi, si alternano momenti di ricerca di riconoscimento a periodi di chiusura e isolamento.
Il bisogno di sedurre
In alcune situazioni, il bisogno di essere riconosciuti si traduce in una costante ricerca di seduzione. Questo non significa necessariamente voler conquistare qualcuno dal punto di vista romantico, ma piuttosto avere la necessità di sentirsi attraenti, desiderabili, di ottenere attenzioni e conferme attraverso l’interazione con gli altri.
Per alcuni, questo bisogno diventa un’abitudine: lusingare, affascinare, essere al centro dell’attenzione, anche solo per il piacere di vedere che si può ancora esercitare un certo potere sugli altri. Tuttavia, questo meccanismo può diventare una strategia per colmare un senso di vuoto interiore e può lasciare un senso di insoddisfazione subito dopo, come se nulla fosse mai abbastanza.
Società, narcisismo e disturbo
Si parla spesso di una società sempre più narcisistica, dove l’apparenza, il successo e il riconoscimento esterno sono diventati valori dominanti. Tuttavia, è importante distinguere tra ciò che è semplicemente un tratto diffuso di personalità, comune nella cultura contemporanea, e ciò che è invece un vero e proprio disturbo psicologico. Il disturbo narcisistico di personalità (DNP) non è semplicemente una moda o un’abitudine, ma una condizione specifica che riguarda circa l’1% della popolazione generale. Sebbene meno diffuso di disturbi come ansia e depressione, il DNP è significativo per l’intensità e la complessità della sofferenza che provoca.
Se tutto questo fosse riconoscibile?
Queste dinamiche, pensieri ed emozioni non sono casuali, ma rispecchiano un preciso modo di vivere e interpretare le relazioni e il mondo. Potrebbe sembrare un lato del carattere, qualcosa di naturale e immutabile, in realtà si tratta di schemi appresi, spesso come strategie per proteggersi dal dolore e dalla paura di non essere accettati.
Esistono due modi principali in cui queste caratteristiche si manifestano:
- Alcune persone esprimono tutto questo in modo overt, con sicurezza, ambizione, determinazione e una presenza forte che attira attenzione e riconoscimento.
- Altre, invece, vivono questa esperienza in modo covert, più nascosto e introverso, con insicurezza, timore del giudizio e una costante paura di non essere abbastanza, pur senza mostrarlo apertamente.
Oltre le etichette, verso la comprensione
Se ne sente spesso parlare con leggerezza, soprattutto nei contesti sociali e mediatici, ma raramente viene compreso il vero significato di questa esperienza. Non è un’etichetta, né un difetto da correggere, ma una condizione di sofferenza che merita attenzione e rispetto.
Queste caratteristiche sono tipiche del disturbo narcisistico di personalità. Non si tratta di un difetto morale né di una colpa personale, ma di una condizione psicologica complessa, che genera molta fatica interiore.
La strada verso il cambiamento
Il primo passo è sempre la consapevolezza. Sapere che certi schemi non sono una condanna, ma un modo che la mente ha trovato per proteggersi. E come tutte le strategie, possono essere modificate, adattate, trasformate.
Esiste la possibilità di smettere di dipendere dall’approvazione esterna, di trovare sicurezza senza dover sempre dimostrare qualcosa, di accedere a un senso di sé più stabile e autentico. Il cambiamento non significa perdere chi si è, ma permettersi di essere in un modo che porti più serenità e libertà.
Perché il sollievo più grande non è nel continuare a rincorrere un’immagine, ma nel riuscire, finalmente, a sentirsi a casa dentro se stessi.
Chiosa sullo Stigma del Narcisismo: Tra Ignoranza e Sensazionalismo
Parliamoci chiaro: il narcisismo è diventato il bersaglio preferito di una narrazione tossica e semplicistica. Se ne parla ovunque – sui social, nei blog, nei talk show – e quasi sempre nel modo sbagliato. Il termine “narcisista” è ormai diventato sinonimo di mostro, manipolatore, abusante, egocentrico, distruttore seriale di relazioni. E il problema è che questa narrazione non solo è imprecisa, ma fa danni. Gravi.
Perché? Perché porta chi soffre davvero di disturbo narcisistico di personalità (DNP) a sentirsi ancora più solo, più incompreso, più indegno di chiedere aiuto. Chi mai andrebbe da uno psicoterapeuta dicendo: “Credo di essere narcisista”, sapendo che l’etichetta gli cucirebbe addosso un marchio di infamia? Eppure, la realtà è un’altra: il narcisismo patologico è prima di tutto una condizione di sofferenza, non un’identità di cui vergognarsi.
Lo stigma e i danni della caccia al narcisista
Invece di capire e trattare il narcisismo come un problema clinico – complesso, radicato in storie di sviluppo difficili, spesso segnate da traumi e attaccamenti insicuri – si è preferito ridurlo a un’etichetta da affibbiare a chiunque abbia spezzato un cuore o mostrato un po’ di sicurezza in sé stesso. Si è passati da un discorso clinico a una caccia al narcisista, spesso fomentata da chi, sentendosi vittima di una relazione difficile, cerca un capro espiatorio per il proprio dolore.
E no, questo non vuol dire che le persone con DNP non abbiano difficoltà relazionali o che non possano fare del male agli altri. Ma lo stesso si potrebbe dire di molte altre condizioni psicologiche: la sofferenza non è una giustificazione, ma neanche una condanna. Trattare il narcisismo come un male assoluto non aiuta nessuno: né chi lo vive né chi ha a che fare con esso.
Quando lo stigma viene dai professionisti: il paradosso del terapeuta giudicante
Se lo stigma sociale è dannoso, quello che viene dai professionisti della salute mentale è ancora più grave. Perché chi lavora nel campo della psicologia e della psicoterapia dovrebbe sapere meglio di chiunque altro che il narcisismo non è un giudizio morale. Eppure, non è raro trovare anche colleghi che si lasciano trascinare dalla narrativa tossica e dipingono i pazienti con DNP come irrimediabili manipolatori o persone “impossibili da trattare”.
Ma allora, che ci stiamo a fare? Se il nostro lavoro non è capire, accogliere e costruire un percorso di cambiamento, allora tanto vale abbandonare il mestiere. Perché il narcisismo patologico può essere trattato, eccome. Ci sono terapie efficaci, strumenti consolidati, approcci che permettono di lavorare sulle difficoltà emotive e relazionali che stanno alla base di questa condizione.
Narcisismo: disturbo, non insulto
Il narcisismo non è un’aggettivo, non è un insulto e non è sinonimo di crudeltà. È un disturbo, e come tale merita rispetto, comprensione e un trattamento adeguato. E soprattutto, non è un’etichetta da incollare su chiunque ci abbia feriti o delusi. Come per ogni altra difficoltà psicologica, serve un approccio serio, clinico e umano, che tenga conto della sofferenza reale delle persone che ne soffrono.
Se vogliamo davvero aiutare chi è coinvolto – sia chi vive il narcisismo sulla propria pelle sia chi lo sperimenta nelle relazioni – dobbiamo smetterla di cavalcare l’onda del sensazionalismo e cominciare a parlare di questi temi con la serietà che meritano.
E se qualcuno si chiede: “Ma allora, il narcisismo si può curare?” La risposta è sì. Non con la stigmatizzazione, ma con la comprensione e un percorso terapeutico serio.
ma i terapeuti vanno in terapia?
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