Odissea

L’Odissea, la psicoterapia e tutte le cose che ci portiamo dietro

Finalmente ho visto L’Odissea di Christopher Nolan.

Ormai la mia FOMO era arrivata a livelli poco dignitosi: mi sembrava che chiunque avesse qualcosa da dire su Ulisse tranne me.

E quindi ecco il mio inutile contributo.

Non starò qui a spiegare perché il film “funziona”, se Nolan sia stato fedele a Omero o quanto siano riuscite le sue scelte narrative.

Non sono un’esperta di cinema, ma di storie…

Storie di persone che cercano di capire chi sono diventate. Di figli che provano a separarsi senza perdere il legame con i propri genitori. Di genitori che devono imparare a lasciare andare senza sentirsi abbandonati. Di coppie che non sanno più se stanno insieme per amore, paura, abitudine o tutte queste cose contemporaneamente. Di persone che hanno perso qualcuno e devono capire come continuare a vivere senza tradirne il ricordo. Di ragazzi che cercano disperatamente un’identità. Di adulti che un’identità l’avevano trovata, ma a un certo punto ha smesso di somigliargli.

E poi storie di trauma.

Che non sono necessariamente storie di grandi catastrofi.

A volte sono storie di adattamenti.

Di cose che abbiamo imparato a fare molto bene per proteggerci e che, anni dopo, continuano a funzionare anche quando non servono più.

Forse è per questo che l’Ulisse di Nolan mi è sembrato così familiare.

È un eroe, certo, ma soprattutto è un uomo che torna da una guerra portandosi dentro la guerra.

E non è affatto la stessa cosa che tornare. Itaca è ancora là.

Il problema è che Ulisse non è più quello che era partito.

E questa, in fondo, è una delle questioni che attraversano molta psicoterapia.

Che cosa facciamo quando la vita ci cambia?

Quando quello che funzionava prima non funziona più?

Quando continuiamo a utilizzare vecchie mappe per territori che nel frattempo sono diventati altri?

Il trauma fa anche questo.

Non rimane soltanto nella memoria di ciò che è successo. Cambia ciò che ci aspettiamo.

Da noi, dagli altri, dal mondo.

Se qualcosa mi ha insegnato che il pericolo può arrivare all’improvviso, imparerò ad anticiparlo.

Se l’amore è stato incostante, potrei imparare a controllare continuamente la distanza dell’altro.

Se avere bisogno ha significato espormi alla delusione, potrei diventare bravissimo a non avere bisogno di nessuno.

Se essere me stesso ha avuto un prezzo, potrei costruire un’identità molto efficiente intorno a ciò che gli altri si aspettano da me.

Strategie, spesso intelligentissime, costruite per sopravvivere a una certa storia che possono continuare a dirigere la nostra vita molto dopo che quella storia è finita.

Forse è per questo che mi sono emozionata così tanto nella scena delle Sirene.

Ulisse sa che ascoltarle è pericoloso.

I suoi uomini si tappano le orecchie. Lui no, vuole sentire

Ma si fa legare.

Per me è una delle scene più toccanti del film.

Ulisse non sceglie né l’anestesia né l’impulso.

Non dice: non voglio sentire.

Ma nemmeno: sento, quindi devo seguire, fa una cosa molto più difficile: ascolta, e resta

Quando poi prova a spiegare quel canto, dice:

«Era tutte le cose che avresti voluto essere e poi tutte le cose che avresti voluto non aver mai desiderato. Era un prurito delizioso che vorresti grattarti ma lo trovi sotto la pelle e non riesci a raggiungerlo».

Ecco, dentro questa frase c’è moltissima psicoterapia.

Perché forse ognuno di noi ha le proprie Sirene.

A volte è una persona, una relazione, non necessariamente.

Possono essere un vecchio modo di sentirsi amati.

Un ruolo familiare: quello forte, quella che aggiusta tutto o tutti, quello che non chiede mai niente, quella che si occupa di tutti.

Il figlio che non delude, la madre che non può crollare.

La persona che se ne va prima di rischiare di essere lasciata.

Quella che continua a scegliere obiettivi impossibili perché finché deve conquistarli non deve domandarsi cosa succederebbe dopo.

I nostri schemi hanno un canto seducente, ci sono familiari.

E familiare e sicuro, nel nostro sistema nervoso, rischiano facilmente di diventare sinonimi anche quando non lo sono affatto.

Per questo possiamo ritrovarci a ripetere qualcosa che sappiamo farci male.

Non perché amiamo soffrire ma perché sappiamo come starci dentro.

E ancora di più può far paura qualcosa che dolore non è affatto.

Una relazione diversa o un limite messo finalmente.

Un figlio a cui permettiamo di separarsi da noi.

Una vita nella quale non dobbiamo più dimostrare continuamente di meritare il nostro posto, un’identità nuova dopo che quella precedente è crollata.

Persino stare bene può essere destabilizzante quando abbiamo trascorso molto tempo imparando a sopravvivere.

La domanda terapeutica, allora, non può essere soltanto:

Che cosa desideri?”

Qualche volta serve aggiungerne un’altra:

Che cosa riconosci in ciò che desideri?”

È qualcosa che appartiene al presente? O conosco già quella sensazione?

Sto andando verso qualcosa oppure sto tornando, ancora una volta, dentro una storia che conosco benissimo?

Non per diffidare dei desideri ma per conoscerli meglio.

Perché le Sirene possono raccontarci i nostri schemi, ma possono raccontarci anche altro.

Un desiderio, una mancanza, una parte di noi che abbiamo tenuto fuori campo, una possibilità di cambiamento.

La persona che forse stiamo diventando.

E questa, credo, è una delle cose più difficili che succedono anche in terapia.

Non scoprire che stiamo male, di solito quello lo sappiamo già.

Scoprire che potremmo vivere diversamente.

Perché il cambiamento ha una reputazione immeritatamente romantica.

Cambiare significa anche perdere qualcosa.

Per diventare adulti dobbiamo perdere una parte del nostro essere figli.

Per lasciare crescere un figlio dobbiamo perdere il bambino che è stato.

Per uscire da una relazione dobbiamo perdere anche il futuro che avevamo immaginato lì dentro.

Per costruire una nuova identità dobbiamo salutare quella vecchia, persino quando ormai ci stava stretta.

Ogni passaggio evolutivo contiene un piccolo lutto.

E nessuno ci prepara particolarmente bene all’idea che crescere significhi anche saper perdere.

Guardando Ulisse legato davanti alle Sirene ho anche pensato che non tutto ciò che fa soffrire va evitato.

Lo dico con cautela, perché non credo affatto che “se fa male allora vale la pena”.

Ci sono dolori dai quali è sano proteggersi e situazioni dalle quali bisogna andarsene, possibilmente anche piuttosto in fretta.

Ma esiste anche una sofferenza che è il prezzo inevitabile dell’essere vivi.

Amare qualcuno significa accettare che potremmo perderlo.

Diventare genitori significa sapere che, se tutto va bene, i nostri figli un giorno avranno sempre meno bisogno di noi.

Scegliere significa rinunciare.

E anche guarire, qualche volta, significa permettersi di sentire finalmente ciò che abbiamo trascorso anni a non sentire.

Forse Ulisse vuole ascoltare le Sirene proprio per questo.

Non perché gli faccia bene soffrire ma perché vuole sapere.

Vuole attraversare fino in fondo ciò che quel canto può raccontargli di sé.

E questa cosa, nel mio lavoro e nella mia vita, la riconosco bene.

Io ho sempre preferito conoscere, la mia sofferenza, in fondo, non mi spaventa poi così tanto, ma quella delle persone che amo, decisamente di più.

Ci sono emozioni dalle quali passiamo metà della vita a proteggerci: tristezza, rabbia, paura, vergogna, desiderio, mancanza.

Costruiamo strategie sofisticatissime per non sentirle troppo.

Controlliamo.

Razionalizziamo.

Ci teniamo occupati.

Ci chiudiamo.

Ci convinciamo che non ci interessa più.

A volte restiamo persino dentro il dolore, paradossalmente, proprio per non sentire altro.

Perché anche il dolore può diventare un luogo conosciuto.

Una stanza molto scomoda nella quale però sappiamo esattamente dove sono i mobili.

E uscire significa incontrare qualcosa di molto più imprevedibile: la vita che continua.

Questa mi sembra una delle sfide più difficili dopo un trauma, una perdita, una separazione, una crisi identitaria.

Accettare che la vita continui.

Non “andare avanti” nel senso un po’ brutale con cui a volte lo diciamo a chi soffre.

Non dimenticare, non sostituire, non fare finta che non sia successo.

Continuare significa riuscire lentamente a fare spazio anche ad altro.

Alla curiosità, al piacere, ai nuovi legami, ad un progetto, ad una versione di noi che ancora non conosciamo.

E qualche volta perfino alla felicità, che dopo una perdita può sembrare quasi un tradimento.

È qui che il controllo diventa una questione emotiva.

Controllare non significa soltanto pianificare tutto.

Può significare decidere in anticipo cosa siamo disposti a sentire.

“Questo no.”

“Non voglio legami.”

“Non voglio sperare.”

“Non voglio averne bisogno.”

“Non voglio più soffrire così.”

Sono frasi comprensibilissime.

Solo che per garantirci di non provare più certe emozioni dovremmo poter controllare anche tutto ciò che le rende possibili.

L’intimità, il cambiamento, il desiderio, gli altri,la perdita.

La vita.

Ed è un progetto piuttosto impegnativo.

Calipso dice a Ulisse una frase che mi sono portata fuori dal cinema:

«Rinuncia a combattere. Rinuncia al controllo e vivi. È un atto di fede che non hai mai fatto, Ulisse.»

Questa frase mi ha colpita molto.

Perché il controllo e le nostre parti protettive, quando hanno funzionato per tanto tempo, sono difficili da lasciare andare.

Se ci hanno protetto, diventano quasi una seconda pelle.

E le parti protettive hanno repertori molto diversi.

C’è chi controlla, chi prevede tutto chi analizza, seduce, si rende indispensabile, diventa duro, scappa, non chiede mai niente.

Chi lascia sempre una porta aperta.

Sono strategie diverse, ma spesso hanno la stessa funzione: tenerci abbastanza al sicuro da non rischiare di essere nuovamente feriti.

E da psicologa credo sia importante dirlo: le difese non si demonizzano.

Prima si riconoscono, spesso si ringraziano.

Se una parte di noi non si fida, forse fidarsi è stato rischioso.

Se evita certe emozioni, forse c’è stato un tempo in cui sentirle tutte sarebbe stato troppo.

La prima domanda non dovrebbe essere:

Perché non smetti?

Ma:

Da cosa ti ha protetto?

Poi, però, prima o poi ne arriva un’altra:

Mi protegge ancora o ormai mi tiene al riparo dal vivere?”

Perché sopravvivere e vivere non sono esattamente la stessa cosa.

E forse mollare il controllo significa anche questo:

smettere di temere così tanto le proprie emozioni.

Non perché diventino piacevoli.

Ma perché possiamo imparare che un’emozione non è necessariamente un ordine, una condanna o una profezia.

Ci informa, ci muove.

A volte ci scuote.

Ma non deve per forza decidere tutta la nostra vita.

Forse allora vale la pena chiedersi anche:

quando ti sei sentito davvero al sicuro accanto a qualcuno?

Non quando avevi tutto sotto controllo.

Quando hai potuto abbassarlo.

Quando non dovevi essere più brillante, più forte, più divertente, più utile o più distante di quello che eri.

Quando potevi semplicemente esserci.

E quando sei riuscito a fare la stessa cosa con te stesso?

Il contrario del controllo non è il caos.

Forse è la fiducia.

La fiducia di poter sentire senza dover eliminare ciò che sentiamo.

Di poter perdere senza cancellare.

Di poter ricordare senza restare fermi lì.

Di non dover conoscere già il finale per fare il passo successivo.

È per questo che trovo bellissimo che Calipso parli di un atto di fede.

Non la fede ingenua che andrà tutto bene. Non lo sappiamo.

Piuttosto la fiducia di poter attraversare anche ciò che non possiamo prevedere.

Di poterci lasciare raggiungere dalla vita.

E allora anche il canto delle Sirene assume per me un significato diverso.

Ci sono esperienze che, se potessimo scegliere conoscendo già il finale, forse non sceglieremmo.

Perché sappiamo che finiranno.

Perché qualcosa andrà perduto.

Perché non potremo tenerle.

Eppure, dopo averle vissute, non vorremmo necessariamente cancellarle.

Per quello che ci hanno fatto sentire, che ci hanno fatto conoscere.

Per la parte di noi che hanno portato alla luce.

Possiamo continuare a desiderare qualcosa che non possiamo più avere.

Possiamo sentire nostalgia senza trasformarla in una destinazione.

Possiamo perfino sapere che una certa esperienza ci ha fatto soffrire e pensare, nello stesso tempo: ne è valsa la pena.

Non perché la sofferenza abbia un valore in sé.

Ma perché ne aveva uno ciò che abbiamo scoperto attraversandola.

Forse è questo, per me, aver ascoltato le Sirene.

Non poter più fingere di non aver sentito.

Sapere che quella musica esiste.

Sapere qualcosa in più su chi siamo, su ciò che desideriamo, su ciò di cui siamo capaci.

E poi continuare a navigare.

Con un desiderio che magari rimane.

Con una mancanza che ogni tanto torna.

Ma senza chiudersi lì dentro.

Perché una cosa può essere perduta e continuare ad appartenerci senza dover occupare tutto il futuro.

Questo, forse, è davvero lasciare andare il controllo.

Non smettere di sentire, ma accettare di sentire e continuare a vivere.

Infine c’è Itaca.

Ulisse vuole tornare a casa per tutto il viaggio.

Ma quando torna, non torna indietro.

Il passato non si ripristina.

Le persone cambiano.

I figli crescono.

I genitori invecchiano.

Le relazioni si trasformano.

Alcune finiscono.

Altre cominciano.

Alcune perdite rimangono perdite.

E noi stessi diventiamo persone che, qualche anno prima, forse non avremmo riconosciuto.

Il lavoro non è tornare a essere quelli che eravamo.

È riuscire a riconoscerci in quelli che siamo diventati.

Con l’imperfezione, la colpa, la vergogna, i fallimenti, le perdite, le cose belle, le ferite.

Quello che abbiamo imparato.

E quello che continuiamo ostinatamente a ripetere.

Non tutto ciò che sentiamo deve diventare una scelta.

Questa mi sembra una forma importante di libertà.

Ma nemmeno tutto ciò che sentiamo deve essere combattuto fino a farlo sparire.

Forse è questo che mi porto via dall’Odissea.

E forse il successo di questo film sta anche qui: in quello che continua a smuovere quando le luci del cinema si sono già riaccese.

Non ti lascia l’idea che per tornare a casa serva essere più forti.

Ulisse di forza ne ha già usata moltissima.

Arriva un momento in cui serve qualcosa di diverso.

Perdersi un po’.

Lasciarsi trasportare.

Mollare il controllo.

Smettere di cercare un’altra strategia.

Smettere di chiudersi nel dolore solo perché quello, almeno, lo conosciamo.

Accettare che la vita continui anche quando una parte di noi avrebbe preferito fermarla esattamente lì.

E magari permetterle, qualche volta, di sorprenderci.

Le Sirene possono restare dall’altra parte del mare.

Possiamo anche scegliere di non seguirle.

Ma dopo aver ascoltato il canto diventa difficile sostenere che quella musica non sia mai esistita.

E certe musiche, una volta sentite, restano sotto la pelle.

Non necessariamente per indicarci dove tornare.

A volte semplicemente per ricordarci che siamo ancora capaci di sentire.

E forse, da lì, anche di vivere.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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