Prima di partire
Arrivo alla vigilia delle vacanze sfinita.
Non quella stanchezza elegante da “ho proprio bisogno di staccare”, che si sistema con una valigia, un tramonto e due giorni senza notifiche.
Stanca davvero.
È stato un anno difficile, sfidante, pieno. E la cosa buffa degli anni difficili è che spesso non hanno nemmeno la buona educazione di concludere le loro trame prima di agosto: alcune questioni restano aperte, alcune preoccupazioni viaggiano con noi, alcune emozioni non rispettano il messaggio automatico “sono fuori ufficio”.
Ho avuto il privilegio di lavorare molto.
E uso volutamente la parola privilegio.
In questi mesi ho raccolto tante storie. Storie dolorose, faticose, a volte spaventate. Storie di persone che hanno perso qualcosa, che stanno cercando qualcosa, che provano a tenere insieme relazioni, figli, genitori, amori, separazioni, corpi, progetti, paure.
Ma anche storie di speranza.
Ho visto persone fare passi che sembravano impossibili. Restare dove prima sarebbero fuggite. Andarsene da dove prima sarebbero rimaste. Dire finalmente una cosa. Smettere finalmente di dirne un’altra. Diventare genitori, tornare figli, provare a essere coppie, imparare a stare sole, imparare a stare insieme.
È un lavoro meraviglioso.
Ed è un lavoro che chiede presenza.
Per questo, prima o poi, bisogna anche tornare a casa dentro di sé.
E io sento di averne bisogno.
A dire il vero, se ascoltassi soltanto quella parte di me che in questo momento ha più voce, probabilmente sceglierei una vacanza molto poco instagrammabile.
Mare.
Silenzio.
Un libro lasciato a metà.
Nessun programma.
Nessuno che alle nove del mattino dica: “Allora, oggi cosa facciamo?”
Prenotiamo cena? ma siamo in 13..non troveremo posto!
Perché anche la vacanza, ormai, sembra avere una sua inquietante performance review.
Bisogna divertirsi.
Bisogna vedere posti.
Bisogna fare esperienze.
Bisogna camminare.
Bisogna mangiare bene.
Bisogna allenarsi.
Bisogna tornare rigenerati.
Possibilmente anche abbronzati, felici e con dodicimila passi registrati sull’orologio. (io dall’ anello!)
Io invece avrei soprattutto bisogno di non dover essere niente.
Di stare un po’ tra me e me.
Guardare il mare abbastanza a lungo da non sapere più esattamente a cosa sto pensando.
Lasciare sedimentare.
Ascoltare quello che durante l’anno si sente meno perché c’è sempre qualcosa di più urgente da fare.
Eppure partirò per una vacanza diversa.
Una vacanza di gruppo, insieme alle mie figlie.
Una è diventata maggiorenne da poche settimane, l’altra ha sedici anni.
E quindi, mentre una parte di me fantastica sull’eremitaggio in riva al mare, un’altra sa benissimo che queste vacanze insieme hanno cominciato ad avere un numero finito.
Non so quante me ne concederanno ancora.
Non so per quanti anni avranno ancora voglia di partire con me, raccontarmi le cose, prendermi in giro, discutere, confidarsi alle ore più improbabili, chiedermi di esserci.
E allora questa vacanza è anche questo.
Un’occasione che non voglio perdere.
Non perché dovremo fare cose memorabili.
Forse proprio il contrario.
Perché vorrei esserci abbastanza da accorgermi dei piccoli momenti.
Una conversazione mentre torniamo dal mare.
Una risata che tra qualche anno ricorderemo solo noi.
Una confidenza fatta quando apparentemente non sta succedendo niente.
Una fotografia brutta che diventerà bellissima soltanto perché dentro ci siamo noi.
Essere testimone della crescita di qualcuno è un privilegio enorme.
Significa vedere conquiste e inciampi, slanci e soste.
Significa accorgersi che chi hai accompagnato per mano un giorno cammina qualche metro davanti a te.
E avere abbastanza amore da non chiedergli di rallentare.
Le mie figlie, soprattutto nei periodi in cui tutto dentro di me sembra un po’ più confuso, hanno una capacità sorprendente di riportarmi alla bussola.
Non perché debbano occuparsi di me.
È esattamente il contrario.
Mi ricordano che sono io quella grande.
Che sono io quella che ha scelto di assumersi una responsabilità.
Che, anche quando non mi sento particolarmente forte o particolarmente saggia, posso cercare dentro di me quella parte adulta capace di esserci.
Loro non devono salvarmi dalle mie tempeste.
Ma ricordarmi che esiste una direzione, questo sì.
E forse alcune persone fanno questo nella nostra vita.
Non risolvono niente.
Non aggiustano niente.
A volte non possono nemmeno restare nel posto in cui avremmo desiderato tenerle.
Eppure ci ricordano qualcosa di noi.
Una direzione.
Un desiderio.
Una parte viva che credevamo di avere dimenticato.
Poi sta a noi decidere cosa farne.
Forse anche per questo sento di avere bisogno di fermarmi.
Lasciare decantare emozioni che negli ultimi mesi sono state intense, contraddittorie, a volte bellissime e a volte faticose.
Non trovare immediatamente una risposta.
Non trasformare tutto in una decisione.
Ci sono cose che hanno bisogno di essere capite.
E altre che, prima di essere capite, hanno semplicemente bisogno di essere sentite.
Fra qualche settimana tornerò al mio lavoro.
Tornerò alle storie delle persone che incontro, ai loro obiettivi, alle loro relazioni, ai figli, ai genitori, alle coppie, ai ragazzi che stanno cercando di capire chi diventare.
Ed io alle mie domande ed alle mie risposte ( e pure la mia terapeuta torna dalle vacanze!)
E vorrei tornarci con s p a z i o.
Perché accompagnare qualcuno non significa avere tutte le risposte.
Significa avere abbastanza spazio dentro da poter ascoltare davvero le sue domande.
Quindi per un po’ mi fermo.
O almeno ci provo.
Mi porto dietro la stanchezza, certamente.
Ma anche una gratitudine enorme.
Per essere la mamma delle ragazze che ho avuto il privilegio di accompagnare fin qui.
Per le persone che ogni settimana mi affidano pezzi delicatissimi delle loro vite.
Per chi, in modi diversi, quest’anno mi ha ricordato qualcosa che avevo dimenticato.
E per quelle piccole parti di me che, sotto tutta questa stanchezza, cominciano timidamente a sentire il piacere dei giorni che arriveranno.
Forse riposare è anche questo.
Non smettere di sentire.
Smettere, per qualche giorno, di pretendere di sapere subito cosa farne.

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