Cosa raccontano le neuroscienze dell’amore, dei legami che restano e di quelli che forse non lasciamo entrare
È estate.
Fa caldo.
Ogni tanto un acquazzone…
Ed è arrivata l’ultima delle nostre letture da ombrellone.
Poi chiuderò il computer per qualche settimana.
Perché chi passa il proprio tempo ad ascoltare le storie degli altri, ogni tanto deve ricordarsi di ascoltare anche la propria. Per continuare a prendersi cura degli altri bisogna, prima o poi, concedersi anche il tempo di prendersi cura di sé.
E allora giochiamo con questa domanda.
Il nostro cervello ha davvero posto per una sola persona?
La maggior parte di noi pensa subito al tradimento.
Ma non è l’unica situazione in cui questa domanda compare.
Succede anche dopo una separazione.
Dopo un lutto.
Dopo un amore che non si è potuto vivere fino in fondo.
Succede quando qualcuno non fa più parte della nostra vita e, nonostante questo, continua ad abitare uno spazio importante dentro di noi.
Poi, magari, arriva qualcun altro.
Una persona interessante.
Con cui si sta bene.
Che incuriosisce.
Che fa sorridere.
E immediatamente compare un pensiero.
“Non posso. Provo ancora qualcosa per chi è venuto prima.”
Come se, per lasciare entrare qualcuno, fosse necessario liberare completamente lo spazio occupato da chi abbiamo amato, o sentiamo di amare ancora.
Ma siamo davvero sicuri che il cervello funzioni così?
Abbiamo una visione molto ordinata dell’amore
Ci piace immaginare che i sentimenti seguano una sequenza precisa.
Ci si innamora.
La relazione finisce.
Si soffre.
Si elabora.
Si smette di amare.
Si torna disponibili.
E solo allora arriva qualcuno di nuovo.
È una visione rassicurante.
Peccato che la vita emotiva sia molto meno lineare.
Possiamo aver accettato la fine di una relazione e continuare a provare affetto.
Possiamo sapere che una storia non tornerà e sentire ancora nostalgia.
Possiamo non desiderare più di ricostruire quel legame e, allo stesso tempo, riconoscere che quella persona continua ad avere un posto importante nella nostra storia.
E possiamo accorgerci che, mentre tutto questo accade, qualcuno comincia lentamente a interessarci.
Queste esperienze non si escludono necessariamente.
Perché quello che chiamiamo genericamente “amore” non è un’unica emozione.
E nemmeno un unico circuito cerebrale.
Il cervello non possiede un solo sistema dell’amore
Negli ultimi decenni le neuroscienze hanno mostrato che ciò che definiamo amore coinvolge sistemi diversi.
Helen Fisher ha proposto di distinguere almeno tre grandi componenti.
Il desiderio sessuale, che orienta verso la ricerca del partner.
L’attrazione romantica, sostenuta in modo importante dai circuiti della motivazione e della ricompensa, nei quali la dopamina svolge un ruolo centrale.
E l’attaccamento, che rende possibile costruire fiducia, continuità, sicurezza e senso di casa.
Questi sistemi dialogano continuamente.
Ma non coincidono.
Ed è proprio questa la parte interessante.
Perché significa che possiamo conservare un profondo attaccamento verso qualcuno mentre iniziamo a provare curiosità, interesse o attrazione nei confronti di un’altra persona.
Il cervello, insomma, non sembra possedere un unico posto numerato con scritto sopra:
“Riservato all’unico amore possibile.”
I legami non si cancellano. Si trasformano.
Credo che questo sia uno degli equivoci più diffusi.
Pensiamo che, per poter amare ancora, dovremmo prima smettere completamente di amare.
Come se un nuovo sentimento fosse autentico soltanto quando quello precedente è scomparso.
Ma i legami importanti lasciano tracce.
Nella memoria.
Nel corpo.
Nel sistema di attaccamento.
Nel modo in cui impariamo a fidarci, ad affidarci, ad aspettare qualcuno.
Non esiste un tasto “elimina”.
Esiste, piuttosto, un lungo lavoro di integrazione.
Integrare una relazione non significa dimenticarla.
Significa permetterle di occupare un posto nella nostra storia senza lasciarle occupare anche tutto il nostro futuro.
“Ma se provo ancora qualcosa, significa che non sono pronto?”
È una domanda che molte persone si fanno, e mi portano in stanza di terapia.
Ed è comprensibile.
Ma forse nasce da un’idea un po’ rigida di come funzionano i sentimenti.
Pensiamo che dovrebbero essere perfettamente ordinati.
Prima uno.
Poi l’altro.
Prima la fine.
Poi il nuovo inizio.
La realtà è molto più sfumata.
Possiamo continuare a provare qualcosa per chi appartiene al nostro passato e, nello stesso tempo, accorgerci che nella nostra vita sta entrando qualcuno di nuovo.
La domanda non è tanto se questo sia possibile.
Dal punto di vista delle neuroscienze lo è.
La domanda è un’altra.
Che cosa facciamo di questa complessità?
E se il problema non fosse il passato?
Qualche volta diciamo:
“Non riesco ad aprirmi perché provo ancora qualcosa.”
Può essere vero.
Altre volte, però, quel sentimento potrebbe non essere l’unico ostacolo.
Potrebbe esserci anche la paura.
Perché quando un legame importante finisce, il sistema di attaccamento impara qualcosa.
Impara che si può perdere.
Che ci si può rompere.
Che ci si può sentire profondamente soli.
E allora diventa più prudente.
Aspetta.
Controlla.
Valuta.
Misura.
Si protegge.
Così, lentamente, il passato può trasformarsi anche in un luogo molto sicuro.
Perché non può più sorprenderci.
Lo conosciamo già.
Una persona nuova, invece, riapre tutte le possibilità.
Compresa quella di soffrire ancora.
Il sistema di attaccamento non cerca soltanto amore.
Cerca sicurezza.
Ed è per questo che, qualche volta, il problema non è incontrare qualcuno.
Il problema è permettere a quella persona di diventare importante.
Perché diventare importanti significa anche poterci perdere.
Ed è un rischio che il nostro cervello, dopo alcune esperienze, può cercare in tutti i modi di evitare.
Attenzione a non usare il passato come rifugio
Qui credo ci sia una distinzione importante.
Esiste una grande differenza tra custodire un amore che ha fatto parte della nostra vita e utilizzare quel ricordo per non permettere più a nessuno di avvicinarsi.
La prima è memoria.
La seconda è protezione.
E la protezione, quando diventa troppo rigida, rischia di trasformarsi lentamente in una prigione.
Non perché amare ancora qualcuno sia sbagliato.
Ma perché può succedere che, senza accorgercene, iniziamo ad aspettare una condizione impossibile.
“Quando non sentirò più assolutamente nulla, allora sarò pronto.”
Forse quel momento non arriverà mai nel modo netto che immaginiamo.
Perché alcune persone non smettiamo completamente di amarle.
Smettiamo, piuttosto, di aspettarle.
E sono due cose profondamente diverse.
La biologia descrive. Non decide.
Naturalmente tutto questo non significa che dovremmo seguire ogni emozione che proviamo.
Le neuroscienze non sono un lasciapassare.
Il fatto che il cervello possa costruire nuovi legami senza cancellare quelli precedenti non dice nulla su come dovremmo comportarci.
Le scelte appartengono a un altro livello.
Quello dei valori.
Della responsabilità.
Della reciprocità.
Del rispetto.
Comprendere come funziona il cervello non serve a giustificare qualsiasi comportamento.
Serve, semmai, a giudicarci un po’ meno quando scopriamo che il nostro mondo emotivo è più complesso di quanto immaginassimo.
Forse la domanda giusta è un’altra
Per anni abbiamo pensato che la disponibilità ad amare coincidesse con l’assenza di qualsiasi sentimento precedente.
Le neuroscienze raccontano una storia diversa.
Il cervello continua, per tutta la vita, a costruire nuovi legami.
Può conservare memorie affettive profonde.
Può creare nuove connessioni.
Può fare spazio.
Sempre.
La vera domanda, allora, forse non è:
“Ho smesso abbastanza di amare chi appartiene al mio passato?”
Forse è questa:
“Sto rispettando ciò che provo oppure sto usando quel sentimento per proteggermi dal rischio di soffrire ancora?”
Perché c’è una differenza enorme tra non essere pronti e aspettare di non avere più paura.
La prima cosa merita tempo.
La seconda potrebbe richiedere una vita intera.
Forse non abbiamo bisogno di cancellare ciò che è stato.
Forse abbiamo soltanto bisogno di permettere alla nostra storia di continuare.
Le neuroscienze ci dicono che il cervello può continuare a fare spazio a nuovi legami.
Non ci dicono quando.
Non ci dicono con chi.
E non ci promettono che andrà tutto bene.
Quella parte rimane una responsabilità profondamente umana.
Ma sapere che il nostro cervello non è costretto a scegliere tra il passato e il futuro può essere una buona notizia.
Perché significa che non dobbiamo smettere di amare qualcuno per permettere alla vita di sorprenderci ancora.
Forse, qualche volta, basta aver smesso di aspettare.
E avere il coraggio di non chiudere la porta a chi, un giorno, potrebbe bussare.

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