I figli sono una occasione per crescere

La scena che ci vendono è sempre la stessa: nasce un figlio, nasce l’amore, nasce l’istinto, nasce tutto. Sembra quasi che basti il corredino giusto, un po’ di letture sensate e una buona dose di intenzioni per sentirsi pronti.

Poi arriva la vita vera, che come consulente pedagogico fa piuttosto schifo…

Perché un figlio non porta soltanto amore. Porta fatica, insonnia, allarme, impotenza, senso di colpa, frustrazione, paura di sbagliare, paura di non farcela, paura di fare danni che poi resteranno lì come i graffi sul parquet: magari piccoli, ma sempre visibili. E soprattutto porta una cosa che molti non si aspettano: riapre il passato. Non in modo poetico. In modo chirurgico. Tocca esattamente i punti che credevamo chiusi, risolti, digeriti, o almeno ben nascosti sotto una vita adulta apparentemente funzionante.

La nascita di un figlio, insomma, non fa nascere solo un genitore. Fa ricomparire anche il figlio che quel genitore è stato. Ed è lì che la faccenda si complica. Perché mentre cerchi di accudire qualcuno di molto piccolo, cominciano a muoversi dentro di te paure molto antiche. Non sempre le riconosci subito. A volte le chiami ansia, a volte bisogno di controllo, a volte senso di inadeguatezza, a volte irritazione, a volte perfezionismo. Ma il cuore della questione è spesso questo: il presente ha urtato qualcosa che appartiene a prima.

Non è raro che un genitore si accorga di reagire in modo sproporzionato a situazioni normali. Un bambino che si stacca e va a esplorare può attivare un allarme enorme. Un pianto può sembrare insopportabile non solo perché è forte, ma perché tocca corde profonde di impotenza. Un figlio che fatica, protesta o non corrisponde all’immagine ideale può far sentire l’adulto improvvisamente incapace, manchevole, sbagliato. Non perché quel figlio sia “difficile”, ma perché in quel momento il genitore non sta reagendo solo a lui: sta reagendo anche alla propria storia.

Qui conviene essere onesti. Le ferite infantili non si presentano tutte allo stesso modo. Alcune si ripetono. Chi è cresciuto in un clima spaventato può diventare un genitore iperprotettivo anche se aveva giurato a sé stesso che non lo sarebbe mai stato. Altre si evitano. Chi ha avuto un padre duro o distante può scappare dal ruolo educativo e rifugiarsi in una specie di amicizia confusa con i figli, dove il limite evapora e la guida pure. Altre ancora si attaccano frontalmente: è la via del genitore che deve fare tutto benissimo, sentire tutto giusto, rispondere sempre bene, non perdere mai la pazienza, non crollare mai. Una forma di tortura con buone maniere.

Il problema è che tutte queste strategie sembrano soluzioni e invece, molto spesso, sono travestimenti. Proteggono per un po’, ma non curano. Ripetere, evitare, ipercompensare: cambia la forma, non cambia il nodo. E il nodo, di solito, è che una parte di noi continua a sentirsi in pericolo, o inadeguata, o non abbastanza amata, o non abbastanza al sicuro.

Per questo la genitorialità può diventare un luogo scomodissimo ma potentissimo. Scomodissimo, perché ti costringe a guardare ciò che non avevi più voglia di guardare. Potentissimo, perché proprio lì si apre una possibilità di lavoro vero. Non il lavoro da slogan, non quello da frase condivisibile su Instagram, ma quello serio: vedere il proprio copione, riconoscere dove si attiva, smettere di prenderlo per carattere o destino, iniziare a trattarlo per quello che è. Storia. Storia che si riaccende.

E qui arriva un passaggio fondamentale: la compassione. Che non è la carezzina motivazionale da agenda di settembre. Non è dirsi “poverina” o “povero me”. Non è neppure assolversi da tutto e farla finita lì. La compassione, in questo contesto, è una posizione adulta e molto concreta: riconoscere la propria sofferenza senza umiliarsi, vedere la propria fragilità senza usarla come alibi, e scegliere di essere per sé stessi un riferimento più saggio, più saldo, più umano. Significa interrompere l’abitudine crudele di aggiungere giudizio al dolore. Significa smettere di dire a sé stessi “che madre orribile”, “che padre sbagliato”, e iniziare a chiedersi: che cosa si è acceso qui? Da dove arriva? Che cura richiede?

Questo passaggio è anche il più difficile, perché molti adulti continuano a cercare fuori la riparazione di ciò che si è rotto dentro. La cercano nel partner, nei figli, nella famiglia perfetta, nel bambino sempre sereno, nell’idea di riuscire finalmente a fare tutto bene. Ma un figlio non può guarire il bambino ferito del genitore. Non è il suo compito e non dovrebbe mai diventarlo. La riparazione, semmai, comincia quando l’adulto smette di pretendere inconsapevolmente che siano le relazioni presenti a risarcirlo del passato e decide di prendersi in carico quel lavoro.

C’è poi un altro dato importante, spesso sottovalutato: il passato non torna solo come pensiero. Torna come corpo. Torna nel respiro che si accorcia, nelle spalle che si irrigidiscono, nella pancia che si chiude, nel tono della voce che si alza, nel bisogno di intervenire subito, nella fatica a restare presenti. Il corpo memorizza molto prima che la mente sappia spiegare. E quando un genitore dice “lo so che dovrei stare calma, ma non ci riesco”, spesso non sta mancando di volontà: sta descrivendo un sistema nervoso che è già partito per conto suo.

Per questo il lavoro non può essere solo cognitivo. Capire è utile, ma non basta. Servono strumenti che passino anche dal corpo: respirazione, consapevolezza, regolazione, posture interne oltre che esterne, allenamento a stare nel presente senza venire trascinati via da ogni attivazione. Nel testo questa parte è molto chiara: se il corpo ha registrato, il corpo può anche partecipare alla trasformazione. Non come magia, ma come pratica. Non come folklore, ma come cura.

È qui che il ponte con il Circolo della Sicurezza diventa quasi inevitabile. Perché essere genitori, in fondo, significa proprio questo: riuscire a essere una base sicura da cui il figlio possa partire e un porto sicuro a cui possa tornare. Bellissimo. Sì. Facilissimo. Per niente. Perché per lasciare andare un figlio a esplorare bisogna avere un rapporto un po’ meno terrorizzato con la separazione. Per accogliere il suo ritorno bisogna non leggere il suo bisogno come una minaccia o una richiesta impossibile. Per contenere la sua paura, la sua rabbia o la sua frustrazione bisogna non esserne travolti ogni volta. E quando questo non accade, molto spesso non è perché manca amore. È perché manca spazio interno. O perché quello spazio è già occupato dal rumore del passato.

Anche la “bussola” proposta nel testo va in questa direzione: presenza sintonica, contenimento e regolazione, fermezza e coerenza, incoraggiamento. Letti bene, sono i mattoni di una relazione sicura. E, cosa ancora più interessante, funzionano non solo verso i figli ma anche verso sé stessi. Un genitore che sa contenersi senza schiacciarsi, incoraggiarsi senza mentire, darsi limiti senza torturarsi e restare presente a ciò che sente, sta già facendo un lavoro trasformativo enorme.

La terapia, dentro questo discorso, non è il piano B per chi non ce la fa. È uno spazio di lavoro dove il passato smette di stare travestito da carattere, da destino o da “sono fatto così”. È il luogo in cui si può guardare con calma e competenza che cosa si riattiva nella relazione con i figli, da quali ferite arriva, come passa nel corpo, quali automatismi produce e quali nuovi modi di stare nella relazione possono essere costruiti. A volte si lavora sulla regolazione, a volte sulle memorie di attaccamento, a volte sul perfezionismo, a volte sulla colpa, a volte sulla paura di separarsi o di non bastare. Ma il punto resta lo stesso: non consegnare ai figli, senza accorgersene, il materiale irrisolto della propria storia.

Il genitore perfetto, fortunatamente, non esiste. È una creatura mitologica come l’unicorno, ma molto meno simpatica. Esiste invece un genitore reale, con i suoi inciampi, le sue ferite, la sua stanchezza, i suoi limiti e la sua possibilità di trasformazione. Ed è da lì che si lavora davvero. Non eliminando l’errore, ma imparando a non farne una sentenza. Non negando la fatica, ma evitando di trasformarla in identità. Non pretendendo di non attivarsi mai, ma imparando a riconoscere quando succede e a rientrare in sé con più consapevolezza.

La buona notizia, che poi tanto “buona” non è in senso consolatorio ma lo è in senso clinico, è questa: il passato pesa, ma non decide tutto. Può spiegare molto, non deve governare tutto. E quando un adulto inizia davvero a lavorare su di sé, quel lavoro non resta chiuso nel suo mondo interno. Cambia il clima relazionale. Cambia il modo di stare davanti al bisogno del figlio. Cambia il modo di mettere limiti, di riparare, di tollerare la frustrazione, di reggere la separazione, di non leggere ogni inciampo come una catastrofe. Cambia, insomma, la trama emotiva che passa da una generazione all’altra.

E forse è proprio questo il punto più serio della faccenda: crescere un figlio non significa solo accompagnare lui. Significa anche decidere che cosa, della propria storia, merita di essere compreso, trasformato e finalmente lasciato andare.

Dott.ssa Barbara Durand

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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