Cosa Significa Essere Padre Oggi: Tra Fatica e Presenza

Ieri era la festa del papà e non ho scritto nemmeno una riga.

Con le cose “da fare per forza” vado sempre un po’ stretta, e farlo proprio ieri non mi è venuto.

Non mi è venuto perché ieri ero altrove, in un posto pieno.

Ero nel mio liceo, quello in cui mi sono diplomata nel 1997, a tenere un laboratorio sulla salute mentale con quattro seconde. È stato bello, di quella bellezza semplice che arriva quando ti metti accanto e non sopra. Ho facilitato pensieri, raccolto domande, provato a stare con loro mentre cercavamo insieme qualche risposta. Abbiamo parlato di malessere, sì, ma anche di curiosità. Della fatica con un mondo adulto che a volte minimizza e giudica. Di futuro, di professioni, di intelligenza artificiale.

Ogni volta che sto con loro mi porto a casa qualcosa. Sempre.

Alle 14 sono uscita da scuola insieme agli studenti, come 29 anni fa.

E lì, per un attimo, il tempo si è piegato. E io ho pensato: sì, sono proprio cresciuta.

Non ho scritto nulla perché io un papà non ce l’ho più.

E con quel papà le cose non sono state sempre semplici.

Eppure mi accompagnava a scuola tutte le mattine, fino al liceo. Eppure mi amava. Eppure era orgoglioso. Ma faceva fatica con le sue emozioni: a volte erano troppe, a volte troppo poche. Poi sono arrivati gli anni della malattia neurologica, e hanno cambiato ancora le carte.

Io ho avuto un padre che mi ha amata. Ma non nel modo in cui avevo bisogno.

Non ho scritto della festa del papà anche perché mercoledì ho raccolto le lacrime di chi un padre lo ha appena salutato.

E ieri ho pensato a lei. E a tutte le persone per cui un giorno così allarga il vuoto invece di riempirlo.

Non ho scritto perché, finita la mattina al liceo, ero “di turno” da mia mamma.

Non ti ho più aggiornata: dopo un peggioramento importante e la scelta, difficile, dell’hospice, da un paio di settimane è rientrata a casa. Si è stabilizzata. È una gioia, certo. Ma anche fatica: organizzativa, economica, emotiva. Di quelle che non fanno rumore, ma tengono occupato tutto.

Non ho scritto perché mi risuonavano dentro le domande dei ragazzi.

Una in particolare: “Come fai a gestire il carico emotivo del tuo lavoro?”

La risposta breve sarebbe: con degli strumenti. Le supervisioni, le intervisioni, la mia terapia personale, la mindfulness, il respiro.

Ma la risposta vera è più onesta: non si gestisce sempre. Si attraversa.

Come si tiene insieme il lutto di una paziente, le cure terminali di tua madre, un lutto anticipato che poi si sospende?

Non si tiene insieme senza crepe.

La terapia non ci insegna a essere felici. Ci insegna a stare nel dolore senza esserne travolti, a tollerarlo, a modulare le reazioni. Ci ricorda che non siamo gli unici a sentire quello che sentiamo. E che dentro di noi possono convivere immagini diverse, anche contraddittorie, senza perdere il senso di chi siamo.

Non ho scritto della festa del papà anche se i padri che incontro nel mio studio li adoro.

Vedo tutta la loro fatica nel voler essere diversi da chi li ha cresciuti. Padri che hanno conosciuto la durezza e non vogliono ripeterla. Che cercano di essere delicati, presenti, rispettosi… e intanto temono di non essere abbastanza forti, abbastanza protettivi.

Li vedo quando si incrinano, quando capiscono cosa è mancato loro. Quando nominano, magari per la prima volta, che nessuno ha mai detto: “Ti voglio bene. Sono felice che tu sia mio figlio. È bello stare con te.”

Molti raccontano i loro padri così: “Ha fatto tanti sacrifici per me”.

Che spesso significa: non c’era mai.

I padri di oggi vogliono esserci. Hanno sguardi più morbidi. Si commuovono per le prime volte… e anche per tutte quelle dopo.

Non ho scritto nulla, ma ieri è stato comunque il primo pensiero.

Ho fatto gli auguri al papà delle mie figlie, ho ricordato loro di farglieli. La sera c’era un vassoio di zeppole che faceva la sua parte.

Lui è un padre che ci prova. A riscrivere un modello, a essere per le sue figlie una versione migliore di sé. Ha scelto di non essere minaccioso. A volte rompe ancora troppo per la scuola, è vero. Ma oltre a fare da taxi driver instancabile, ha imparato ad ascoltare prima di parlare, a leggere i non detti, a ridurre i pipponi.

È anche un padre privilegiato, diciamolo, perché ha me accanto. Ma gli riconosco l’intelligenza della scelta — e qui concedimi un sorriso.

Ieri era la festa del papà e io scrivo oggi.

Perché c’è una parte di me, più giovane, che quando sente il dolore prende il controllo per proteggermi. E ogni tanto glielo lascio fare. Mi fermo, preparo una tisana calda, mi metto sotto le coperte e la lascio fare il suo lavoro.

Ieri era la festa del papà e scrivo oggi pensando anche a quei padri che non lo sono per biologia, ma per scelta.

Quelli che si assumono responsabilità, fatica, presenza.

Quelli che diventano porto e base sicura per qualcuno che ha bisogno di loro.

Oggi non è la festa del papà.

Ma forse è proprio qui che si vede davvero chi è un padre.

Non nel giorno in cui si celebra, ma in tutti quelli in cui si resta.

Resta chi sceglie di esserci, anche quando è faticoso.

Resta chi impara, inciampa, si rimette in gioco.

Resta chi non si limita a “portare il pane”, ma porta presenza, sguardo, parole che tengono.

E allora oggi non faccio auguri.

Faccio spazio.

A quei padri che costruiscono sicurezza senza fare rumore.

A quelli che stanno, anche quando nessuno li applaude.

A quelli che, giorno dopo giorno, diventano casa.

https://instagram.com/barbara.durand.psy/

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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