Perché abbiamo iniziato a chiamare “tossico” ciò che, in realtà, è umano
C’è stato un momento, negli ultimi anni, in cui abbiamo fatto una cosa curiosa: abbiamo preso parole enormi, complesse, vive, e le abbiamo trasformate in etichette tascabili. “Tossico” è diventato il nuovo “non mi piace come mi sento con te”. “Narcisista” il sinonimo pop di “mi hai ferita”. “Dipendenza affettiva” la diagnosi fai-da-te che chiude la conversazione prima ancora di iniziarla.
Il risultato è paradossale. Vogliamo relazioni profonde, ma ci allarmiamo appena compare il bisogno. Desideriamo intimità, ma ci vergogniamo della vulnerabilità. Ci diciamo che l’amore maturo è autosufficiente, e poi passiamo le notti a ricaricare il telefono come se fosse un pacemaker emotivo.
La verità, quella semplice e un po’ scomoda, è questa: l’essere umano nasce dipendente. Non per difetto, ma per progetto. È così che diventiamo noi stessi: attraverso un altro che ci contiene, ci rispecchia, ci regola. L’autonomia non è l’opposto del legame. È il suo frutto.
Dipendenza sana e dipendenza che fa male: non sono la stessa cosa
La dipendenza sana assomiglia a una base sicura. Io mi appoggio e, proprio perché mi appoggio, posso esplorare. Posso tornare. Posso essere grande senza dover fingere di non essere stato piccolo.
La dipendenza che fa male, invece, è un’altra storia. Non sostiene l’esplorazione: la sostituisce con l’attesa. Non nutre l’identità: la mette in saldo. Non crea sicurezza: crea allarme, confusione, ipervigilanza. È la relazione che ti chiede di diventare “meno” per restare “dentro”.
Spesso la chiamiamo “amore” perché è intensa. In realtà, è il sistema nervoso che prova a sopravvivere.
Quando è il sistema nervoso a “innamorarsi”
Qui entra in scena un punto che, nei percorsi trauma-informed e nella prospettiva polivagale, cambia tutto: non scegliamo solo con la testa. Scegliamo con il corpo. E il corpo, quando ha imparato che l’amore è imprevedibile, può scambiare l’ansia per desiderio, la tensione per chimica, l’altalena per passione.
Se nella tua storia affettiva “vicino” ha significato anche “rischioso”, il tuo organismo può cercare relazioni che somigliano al passato: non perché ti piacciano, ma perché le riconosce. È una forma di memoria che non passa dalle parole. Passa dai battiti, dalle mani fredde, dall’aria che manca, dal bisogno di controllare un messaggio come se fosse una flebo.
E allora succede una cosa tipica: capisci tutto, ma non cambia niente. Perché la comprensione illumina, ma la sicurezza trasforma. La sicurezza non è un concetto: è un’esperienza ripetuta.
“Legame traumatico”: quando restare sembra l’unica via
Nel lavoro clinico (e anche nel lavoro interiore quotidiano) lo si vede spesso: una parte di noi vuole andarsene, un’altra stringe. Una parte dice “mi fa male”, l’altra risponde “sì, ma almeno non sono sola”. In ottica IFS, non è contraddizione: è una comunità interna che sta cercando, ognuna a modo suo, di proteggerci.
C’è la parte che idealizza, quella che minimizza, quella che si colpevolizza, quella che si attacca a una briciola perché è l’unica cosa che sembra disponibile. E sotto, quasi sempre, c’è un bisogno semplice e antico: sentirmi scelta, sentirmi al sicuro, sentirmi importante senza dovermi meritare l’aria.
Quando il legame diventa traumatico, non è perché “sei debole”. È perché qualcosa, lì, ha toccato il punto esatto in cui eri più scoperta.
L’equivoco culturale: autonomia come isolamento
La nostra epoca ha un talento: scambiare l’indipendenza per disconnessione. Ci ripetiamo che non dobbiamo aver bisogno di nessuno, e poi ci ritroviamo a riempire il vuoto con sostituti: iperconnessione digitale, scrolling, pornografia compulsiva, lavoro senza fine, sostanze, binge, relazioni usa-e-getta. Non perché siamo “sbagliati”. Perché l’isolamento è faticoso da reggere senza anestesia.
Qui il tema della disconnessione digitale entra con forza: quando la relazione reale è troppo rischiosa o troppo esigente, la relazione mediata diventa una scorciatoia. Ti dà l’illusione di contatto senza l’esposizione dell’intimità. Ti fa sentire “insieme” senza dover negoziare, riparare, reggere l’altro quando non ti conferma.
Eppure noi non guariamo nello schermo. Guariamo nello sguardo. Nel ritmo. Nella possibilità di tornare dopo un conflitto e trovare riparazione.
Dipendenza sana in coppia: la differenza la fa la riparazione
Nelle relazioni stabili non vince chi non ha bisogno. Vince chi sa stare nel bisogno senza trasformarlo in controllo, ricatto o sparizione. Qui, la prospettiva “diadica” è decisiva: non si tratta di non litigare, si tratta di saper tornare. Il punto non è l’assenza di fratture; è la presenza di riparazioni.
Quando la coppia funziona, il conflitto non diventa un tribunale. Diventa informazione: su cosa mi ferisce, su cosa temo, su cosa mi manca. Quando la coppia non funziona, il conflitto diventa una prova d’amore: se mi ami capisci; se non capisci non mi ami. E lì si entra nelle sabbie mobili.
Tre segnali sottili per distinguere bisogno da dipendenza che consuma
Non serve una diagnosi per iniziare a vedere. Bastano alcune domande interne, dette con onestà, senza giudizio.
Quando ti avvicini a quella persona, il tuo corpo si regola o si agita? Dopo il contatto ti senti più centrata o più confusa? Devi ridurti per restare, o puoi portare intera la tua esperienza, anche quella scomoda? Il punto non è se “ti manca”. Il punto è cosa succede a te quando ti manca.
La dipendenza sana lascia dignità. Quella che fa male la erode, piano, con educazione.
Piccoli esperimenti di “dipendenza sana”
La parte difficile non è tagliare. La parte difficile è imparare un legame diverso, che non attivi il vecchio copione. A volte aiuta iniziare da micro-azioni, più che da grandi proclami.
Dire una cosa vera in tempo reale, senza aspettare che diventi rabbia. Chiedere vicinanza in modo diretto, senza travestirla da ironia o da prova. Fare spazio al corpo: notare quando si attiva l’allarme, rallentare, respirare, portare attenzione alla sensazione di supporto (schiena, piedi, contatto). Non per “calmarsi”, ma per tornare in sé, così da non confondere l’urgenza con l’amore.
E soprattutto, allenare la riparazione: se mi chiudo, posso riaprire; se attacco, posso riconoscere; se mi sento piccola, posso prendermi cura di quella parte invece di consegnarla al giudizio dell’altro.
Uscire dalla moda delle etichette, tornare alla complessità
Smettere di usare “tossico” come parola-fine non significa giustificare tutto. Significa guardare meglio. Alcune relazioni sono davvero pericolose e vanno lasciate, punto. Altre sono immaturi incastri di bisogni, dove si può crescere. Altre ancora sono incontri buoni, ma con ferite che chiedono tempo, confini e competenza relazionale.
La maturità affettiva non è non avere bisogno. È sapere di averne, e non vergognarsene. È scegliere qualcuno che non ti chieda di amputarti per essere amata. È riconoscere quando stai cercando sicurezza in un posto che ti offre solo adrenalina.
A volte, per fare questo, serve un luogo in cui il legame possa essere osservato senza essere giudicato. Un luogo in cui il bisogno non venga ridicolizzato e la libertà non venga confusa con la fuga. Un luogo in cui il corpo possa imparare, finalmente, che la vicinanza può essere anche calma.
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