L’attaccaccamento non è una “tipologia di persona”. È un sistema motivazionale: si accende quando siamo vulnerabili e ci spinge a cercare una figura significativa per ritrovare sicurezza. Nella coppia, quella figura diventa spesso il partner: lo cerco quando sto male, mi aspetto che mi capisca, mi calmi, mi “tenga” emotivamente. E quando la relazione è buona, succede una cosa bellissima e molto concreta: mi sento più al sicuro, quindi posso esplorare il mondo con più libertà.
Bowlby descrive quattro funzioni che, in coppia, si riconoscono benissimo: la ricerca di vicinanza, il partner come rifugio sicuro nei momenti di disagio, la protesta quando ci si separa o ci si sente messi da parte, e la base sicura che sostiene autonomia ed esplorazione.
In età adulta, però, non è (solo) vicinanza fisica: è soprattutto la sensazione che l’altro sia emotivamente vicino, accessibile. E quando questa sicurezza vacilla, si attivano gelosia, rabbia, angoscia; quando si rompe, dolore.
Questa grammatica si forma presto: non con le spiegazioni, ma con micro-esperienze ripetute. “Quando ho bisogno, qualcuno arriva?” “Se mi attivo, vengo accolto o mi sento di troppo?” Da lì impariamo strategie diverse per regolare le emozioni nella relazione: alcuni cercano più contatto, altri si ritirano, altri oscillano tra i due movimenti.
I 4 stili di attaccamento nella coppia
1) Sicuro: “Ti cerco, ma non ti inseguo”
Chi è più sicuro tende a credere che chiedere aiuto funzioni, e quindi lo fa con una certa fiducia. Nei momenti di stress prova a riparare, non a vincere.
Esempio.
Lei torna tardi e non avvisa. Lui si attiva, ma riesce a restare nel contatto: “Mi sono preoccupato. La prossima volta mi aiuta un messaggio. Ti va di dirmi com’è andata?”
Non è freddezza: è regolazione. Il bisogno c’è, ma non diventa un inseguimento.
2) Insicuro evitante: “Se ho bisogno, rischio di perdere me”
Qui la strategia è la disattivazione: quando la relazione “scotta”, ci si protegge riducendo l’intimità, minimizzando il bisogno, spostandosi sul pratico. È un modo per evitare la sensazione che la relazione minacci autonomia o che l’altro non sia davvero in grado di dare sollievo.
Esempio.
Lei: “Mi sento lontana da te.”
Lui: “Non capisco. Stiamo insieme, no? Non facciamola troppo grande.”
Dentro, spesso, non è “non mi importa”: è “se entriamo lì, non so gestirlo”.
3) Insicuro ambivalente: “Dimmi che ci sei, adesso”
Qui la strategia è l’iperattivazione: ipervigilanza, bisogno di rassicurazione, lettura dei segnali, urgenza. Quando il partner è percepito poco responsivo, l’allarme sale e il corpo spinge a fare qualcosa per ripristinare contatto e vicinanza.
Esempio.
Lui visualizza e risponde dopo un’ora. Lei passa da “ok” a “mi stai evitando” a “mi stai lasciando?”, e quando arriva la risposta è già esplosa. Non perché “ama litigare”, ma perché il suo sistema sta cercando un segnale di sicurezza.
4) Disorganizzato: “Ti voglio vicino, ma mi fai paura”
È lo stile più faticoso: vicinanza e minaccia possono mescolarsi. Può emergere una sequenza che sembra contraddittoria dall’esterno: avvicinamento, poi fuga; richiesta, poi rifiuto; intensità, poi congelamento. In questi momenti la mente può andare in confusione: l’emozione prende il volante, e il corpo prova a salvarsi come può.
Esempio.
Dopo una serata bella, una piccola cosa (uno sguardo altrove, una frase neutra) viene letta come abbandono: parte un attacco o un crollo, poi il giorno dopo vergogna, paura, richiesta di ricucire. È un sistema che va in cortocircuito.
Quando gli stili si incontrano: la danza “ti inseguo / mi ritiro”
La combinazione più tipica è ambivalente–evitante. Uno cerca sicurezza aumentando la vicinanza; l’altro cerca sicurezza aumentando la distanza. E così, senza volerlo, si confermano a vicenda le paure: “non ci sei” e “mi soffochi”.
Qui fa comodo ricordare una cosa: quando il partner è percepito come sensibile e disponibile, ci sentiamo più liberi e stabili. Quando è percepito come non responsivo, l’insicurezza può portare o a iperattivazione (ansia, protesta, richiesta) o a disattivazione (ritiro, gelo, minimizzazione).
La svolta, in terapia o anche fuori, spesso non è “comunicare meglio” in senso tecnico. È tradurre le frasi-arma in frasi-bisogno.
“Non ti importa niente” spesso significa: “mi sto spaventando e ho bisogno di sentirti vicino.”
“Sei pesante” spesso significa: “mi sto sentendo invaso e non so come restare nel contatto senza perdere me.”
Cosa rende una coppia una base sicura, davvero
Non è l’assenza di conflitti. È la presenza della riparazione.
Un partner che sa fare rifugio sicuro non si limita a “risolvere”: incoraggia l’altro a parlare, mostra interesse autentico per paure e difficoltà, rassicura, offre affetto e anche un aiuto concreto quando serve.
E una base sicura non trattiene: sostiene l’esplorazione, permette di “uscire” verso lavoro, amicizie, crescita personale senza sensi di colpa e senza vivere ogni distanza come rifiuto.
Perché si resta insieme anche quando è finita
Qui la testa spesso capisce prima del corpo. Perché una relazione, quando diventa figura di attaccamento, non è intercambiabile: la mente continua a cercare proprio quella persona, soprattutto sotto stress.
Ci sono almeno tre livelli che tengono insieme i pezzi, anche quando l’amore “vivo” sembra essersi già ritirato.
Il primo è biologico e relazionale: la minaccia di separazione attiva il bisogno di connessione. Se non arriva risposta, spesso si passa per ansia e rabbia come tentativo di richiamare il contatto; poi disperazione; e, se la protesta non funziona, distacco e evitamento. È un percorso che assomiglia a un lutto: una separazione è anche un “divorzio psichico”, un processo di perdita che non si fa in un pomeriggio.
Il secondo è traumatico, soprattutto nelle coppie dove si accumulano “ferite di attaccamento”: micro-abbandoni ripetuti proprio quando l’altro avrebbe più bisogno. Paradossalmente, lasciare può essere vissuto come gettarsi nel vuoto, perché anche la solitudine diventa un ulteriore fattore traumatico. E allora si resta, non perché “va bene”, ma perché il corpo associa la separazione a pericolo e isolamento.
Il terzo è più sottile, ed è quello che nel libro Farsi male viene raccontato con molta lucidità: per alcune persone la sofferenza diventa una lingua conosciuta per stare in relazione. Non perché piaccia soffrire, ma perché “amore” e “assenza” in passato si sono mescolati; e allora, da adulti, si può scivolare nella ripetizione di legami dolorosi come modo di sentirsi vivi, di avere appartenenza, perfino come forma di fedeltà o devozione.
E poi c’è l’incastro che crea dipendenza: alternanza tra controllo/svalutazione e momenti di pentimento, promesse, regali, lacrime. Il cervello si aggrappa al “torna come prima”, e la speranza diventa colla.
Non va nemmeno dimenticato il piano pratico: paura, dipendenza economica, malattia, isolamento, contesti che non sostengono l’uscita. Lingiardi lo dice chiaramente: l’incapacità di emanciparsi non coincide con “essere masochisti”; spesso ci sono vincoli reali e storie traumatiche che rendono la separazione complessa e pericolosa.
A volte, quindi, non restiamo perché la relazione è ancora viva. Restiamo perché l’attaccamento è ancora acceso, perché la speranza è diventata un anestetico, perché il dolore è familiare, o perché il costo del salto sembra insostenibile.
E qui la chiusura più utile, secondo me, non è un aut-aut (“resta” o “vattene”), ma una domanda che rimette dignità e realtà al centro: questa relazione oggi mi offre rifugio sicuro e base sicura, almeno a tratti, oppure mi tiene agganciata solo con allarme, colpa e paura? Se la risposta è la seconda, non serve più forza: serve protezione, rete, e una competenza amorosa che impari a riconoscere quando amore e controllo hanno smesso di essere la stessa cosa.

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