Se pensi a porte che sbattono, urla, pugni ai muri, parolacce che volano… forse potresti non vedere come stanno le cose dalle tue parti..
Capita invece che sembri tutto ‘normale’ non vola una mosca, non si alza la voce, nessuno litiga mai.
Eppure, se ti fermi un attimo, senti chiaramente che qualcosa non torna.
«Com’è andata oggi?»
«Normale.»
«Tutto bene con gli amici?»
«Sì.»
«Ti vedo un po’ strano.»
«Niente.»
Fine. Sipario.
Non è successo niente… eppure è successo qualcosa: il dialogo si è chiuso.
Benvenuti nel meraviglioso mondo della comunicazione mascherata tra genitori e figli adolescenti, dove tutti dicono “va tutto bene” mentre nessuno sta davvero bene.
Quando “sto bene” non vuol dire per niente “sto bene”
Gli adolescenti, lo sappiamo, hanno una loro lingua. Non la trovi nei libri di grammatica, la capisci solo se ti alleni a leggere cosa c’è sotto.
Il “boh” può voler dire:
- lasciami in pace
- resta qui
- sto male e non ho le parole
- se comincio a parlare piango, quindi no grazie.
Nel Circle of Security, questi sono i famosi segnali mascherati: messaggi in cui il bisogno è uno (aiutami, guardami, tienimi a mente), ma la forma dice altro.
Il problema è che anche noi adulti, su questa cosa, siamo dei fuoriclasse.
Quante volte, di fronte a un figlio in difficoltà, tiriamo fuori frasi tipo:
«Dai, non è niente.»
«Alla tua età queste cose passano.»
«Se studi non hai problemi.»
Traduzione simultanea: “Mi fai paura, non so come gestire il tuo dolore, fammi credere che sia tutto sotto controllo”.
Così, da una parte e dall’altra, tutti indossano la loro maschera di sicurezza apparente… e il dialogo autentico va a farsi benedire.
Il circolo vizioso: più mi maschero, meno ti parlo
Nella lezione sul COS-P per genitori di adolescenti questo passaggio è chiarissimo: i segnali mascherati creano un vero e proprio circolo vizioso della comunicazione.
Funziona più o meno così.
Il genitore manda un messaggio ambiguo.
Per esempio: «Certo che puoi uscire, basta che non combini guai come la volta scorsa», detto con mezzo sorriso tirato, sopracciglio alzato e sospirone incorporato.
Le parole dicono “ti lascio andare”.
Il tono, il viso, il corpo dicono “non mi fido per niente”.
L’adolescente, che sulla lettura del non verbale ha un radar finissimo, cosa capisce? Che non si può davvero parlare, perché ogni cosa che dirà scatenerà ansia, giudizio, prediche, uragani emotivi vari.
Risultato: comincia a togliere pezzi di sé dalla scena.
Racconta meno, accorcia le risposte, alza qualche muro di troppo. Non perché non tenga ai genitori, ma perché quella è la sua strategia di sopravvivenza.
Il genitore, sentendolo chiuso, si sente escluso, inutile, magari anche un po’ tradito: “Con chi parla allora? Con gli amici? Con internet?”. E lì può partire:
- l’interrogatorio da poliziotto buono-cattivo
- il controllo (cellulare, chat, orari)
- oppure la resa totale: “Fai come vuoi, tanto non ascolti”.
Eccolo, il circolo: più mi sento non ascoltato, più alzo le difese; più alzo le difese, meno l’altro riesce a parlarmi.
Nessuno è cattivo, tutti sono spaventati. Ma intanto ci si perde di vista.
Perché è così difficile dire le cose come stanno?
Per parlare davvero con un adolescente non serve un dizionario nuovo; servono stomaco e cuore.
Perché dire: «Quando ti vedo così spento mi preoccupo e mi sento impotente» significa mettersi in gioco, togliersi l’armatura del genitore invincibile e mostrare la propria fragilità.
E qui casca l’asino.
Se io adulto:
- mi vergogno delle mie emozioni,
- mi sento in colpa per gli errori passati,
- ho paura che la sofferenza di mio figlio mi travolga,
è molto probabile che mascheri i miei segnali. Divento ironico quando vorrei piangere, cinico quando sono terrorizzato, razionale quando in realtà mi si sta spaccando qualcosa dentro.
L’adolescente questo lo sente benissimo.
E impara che certe cose è meglio non portarle a casa, perché “poi mamma ci sta male”, “papà si arrabbia”, “scoppia un casino”, “iniziano a preoccuparsi e non li fermo più”.
Se la relazione diventa il posto dove devo proteggere i miei genitori dalle mie emozioni, capisci bene che la voglia di confidarsi scende sotto lo zero.
Mentalizzare: prima di parlare, respira e ascolta la tua musica
Il Circle of Security, lavorando molto sul tema della mentalizzazione, invita i genitori a fare un passaggio in più prima di reagire.
In concreto significa:
- fermarsi un attimo e notare cosa sta succedendo dentro di te
- chiederti che cosa potrebbe esserci sotto il comportamento di tuo figlio
- tenere presenti entrambe le cose mentre rispondi.
Non è filosofia: è igiene relazionale.
Se ti accorgi che ti si è chiuso lo stomaco, che vorresti urlare o che ti viene voglia di dire “sai che c’è? arrangiati”, è probabile che la tua musica dello squalo sia partita in quarta. Non sei più tu genitore base sicura, sei tu bambino spaventato che sta cercando ossigeno.
E quando siamo in quello stato, inevitabilmente comunichiamo peggio: siamo più giudicanti, più rigidi, più drammatici, più chiusi.
Riconoscerlo non risolve magicamente il problema, ma ti permette almeno di non confonderlo con “la realtà”. È la tua reazione, non la verità assoluta.
Come può cambiare una scena quotidiana
Riprendiamo quella scena di inizio articolo.
Figlio rientra scuro, zaino mollato in corridoio.
«Com’è andata?»
«Normale.»
Versione 1, comunicazione mascherata:
Il genitore finge calma, in realtà è in ansia: “Oddio sarà successo qualcosa, non mi dice niente, magari ha sbagliato, magari è depresso, magari…”. Si irrigidisce, incalza:
«Normale cosa? Spiegati. Ti ho chiesto una cosa, puoi almeno rispondere?»
Messaggio che arriva al ragazzo: “Se dico come sto, qui si scatena il finimondo. Meglio il silenzio”.
Versione 2, con un briciolo di mentalizzazione:
Il genitore sente l’ansia che sale, se ne accorge, fa un respiro, si parla un secondo in testa (“ok, mi sto preoccupando, lo capisco, ma posso non riversargliela addosso tutta insieme”) e poi prova così:
«Ti vedo scarico. Non ti costringo a raccontare, però mi interessa sapere come stai. Io intanto sono un po’ in pensiero, e cerco di non trasformarlo in terzo grado.»
Non è perfetta, non è da film, ma è onesta.
Dice: ti vedo, non ti invado, non fingo di essere tranquillo se non lo sono, ti tengo comunque dentro al mio pensiero.
Magari il figlio risponderà ancora «boh». Ma quel “boh” cade in un terreno diverso. E, se lo ripetete nel tempo, qualcosa si allenta.
Non per forza migliori amici. Ma base sicura sì.
C’è un equivoco da sciogliere: migliorare la comunicazione non significa diventare i “migliori amici” dei propri figli.
Anzi, quando il genitore prova a essere “amico” a tutti i costi, di solito il ragazzo smette di fidarsi: percepisce che manca qualcuno che tenga il timone.
Quello che serve è un’altra cosa: essere una base sicura credibile.
Una base sicura:
- non è perfetta,
- a volte sbaglia tono e parole,
- può perdere la pazienza,
ma sa chiedere scusa, sa dire “mi sono fatto prendere dall’ansia”, sa rimettere in fila le cose e tornare in relazione.
Quando un adolescente sperimenta questo tipo di comunicazione, impara che:
- può parlare anche delle parti più difficili senza dover proteggere i genitori,
- non verrà umiliato o ridicolizzato,
- i limiti ci sono, ma non arrivano sotto forma di minacce, sarcasmo o ricatti emotivi.
Non è poco. È la differenza tra crescere sentendosi “sbagliato” e crescere sentendosi “imperfetto ma amabile”.
E, spoiler, è anche una delle migliori prevenzioni possibili contro tanti comportamenti a rischio che vediamo esplodere proprio in adolescenza.
In fondo, dietro ogni “lasciami stare” di un ragazzo c’è spesso la domanda più antica del mondo: “Resterai qui, anche se non so come dirti che ho bisogno di te?”.
Il lavoro con il Circle of Security aiuta i genitori a sentire quella domanda sotto il rumore di fondo dei conflitti quotidiani. E a trovare un modo, tutto loro, per rispondere: “Sì. Magari goffo, magari imperfetto, ma sì: io resto qui”.
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