C’è qualcosa di profondamente umano nel modo in cui Stephen Porges racconta la nascita della Teoria Polivagale. Non come un semplice modello fisiologico, ma come un viaggio di scoperta – di quelle in cui la scienza incontra la vita, e il laboratorio diventa un luogo in cui osservare la relazione tra corpo, mente e sicurezza.
Nel suo ultimo articolo pubblicato su Frontiers in Behavioral Neuroscience (settembre 2025), Porges torna alle origini della sua teoria e ne offre una versione aggiornata, capace di integrare le scoperte più recenti in neurofisiologia, genetica e neuroscienze cliniche. Il risultato è un ponte ancora più solido tra biologia e comportamento, tra il battito del cuore e la capacità di fidarsi del mondo.
La teoria polivagale, trent’anni dopo
Porges racconta di come, negli anni ’70, un’intuizione cambiò la sua prospettiva: durante un esperimento notò che il ritmo cardiaco variava a ogni respiro. Quella variabilità – che oggi chiamiamo Respiratory Sinus Arrhythmia (RSA) – diventò per lui la chiave per comprendere come il sistema nervoso autonomo non fosse un semplice “interruttore” tra calma e allarme, ma un’orchestra capace di modulare i toni della nostra esistenza.
Da quell’osservazione nacque l’idea di una gerarchia del sistema nervoso autonomo, evolutivamente costruita:
- il complesso vagale ventrale (la parte più nuova e “mammifera”), che regola le funzioni sociali, la calma e la connessione;
- il sistema simpatico, che prepara all’azione e alla difesa;
- il complesso vagale dorsale, più antico, che nei momenti di minaccia estrema porta al congelamento o alla chiusura.
Secondo Porges, la salute psicologica e relazionale dipende dalla flessibilità con cui passiamo da uno stato all’altro, non dal restare sempre “calmi”. La sicurezza, in fondo, non è un’assenza di attivazione: è la capacità di ritrovare il proprio centro dopo l’onda.
Dalla “fisiologia” alla “neurocezione”
Uno dei concetti più affascinanti che l’articolo riprende è quello di neurocezione: il processo con cui il nostro cervello, al di sotto della coscienza, valuta se siamo al sicuro o in pericolo.
Non serve che ci sia un pericolo reale: basta un tono di voce, un’espressione del volto, una distanza fisica troppo breve o troppo ampia. Il corpo percepisce, prima della mente.
Quando il sistema vagale ventrale è attivo, ci sentiamo aperti, curiosi, sociali. Quando invece la neurocezione segnala minaccia, l’attivazione simpatico-dorsale ci porta a reagire o a chiuderci. È in questo continuo dialogo invisibile che si gioca la possibilità di essere in relazione – con noi stessi e con gli altri.
Dalla ricerca alla clinica: l’eredità più viva
Nel nuovo articolo, Porges difende la teoria da alcune critiche “riduzioniste”, che l’hanno fraintesa come una semplice metafora biologica. Al contrario, ne mostra la solidità sperimentale: oggi la teoria è sostenuta da studi su infanti, adulti, anziani, e da tecniche di misurazione sempre più precise della variabilità cardiaca. Ma soprattutto, sottolinea la sua portata clinica.
La Teoria Polivagale è ormai una cornice essenziale per molti approcci terapeutici – dal trauma all’attaccamento, dalle dipendenze ai disturbi alimentari – perché ci ricorda una cosa semplice e rivoluzionaria: la regolazione è una condizione condivisa.
Non ci autoregoliamo nel vuoto, ma attraverso la presenza di un altro sistema nervoso disposto a sintonizzarsi con il nostro. È questo che accade nella terapia, nelle relazioni intime, nella genitorialità: una danza tra due corpi che imparano a sentirsi sicuri insieme.
Cosa significa per ciascuno di noi
La forza di questa teoria è la sua trasferibilità nella vita quotidiana. Non serve essere neuroscienziati per accorgersi che il nostro corpo reagisce prima della mente. La teoria polivagale ci offre una grammatica per leggere questi segnali, per comprendere che ogni comportamento è un tentativo – spesso inconsapevole – di mantenere la sicurezza interna.
Come genitori, ci insegna che un bambino che urla o si chiude non sta “sfidando l’autorità”, ma sta comunicando uno stato autonomico: la sua neurocezione sente minaccia. Prima di educare, serve regolare: una voce calma, uno sguardo morbido, una pausa nel respiro possono ristabilire la connessione e rendere di nuovo possibile l’apprendimento.
Come partner, ci ricorda che il conflitto non è solo una questione di idee, ma di stati. Due persone con il sistema nervoso in allerta non possono comprendersi, solo difendersi. La regolazione reciproca è la base della comunicazione affettiva: riconoscere quando l’altro è “fuori finestra” e offrire presenza invece di argomentazioni può cambiare l’esito di una discussione.
Come lavoratori o professionisti, la teoria spiega perché sotto stress prolungato il nostro corpo smette di “ascoltare”. Il sistema simpatico prende il comando, il respiro si accorcia, la concentrazione si restringe. Non è pigrizia o mancanza di resilienza, è biologia in difesa. Concedersi pause, muovere il corpo, respirare più lentamente, ristabilisce il circuito ventrale della sicurezza, quello che permette collaborazione, empatia, creatività.
Come adolescenti, conoscere la teoria polivagale significa dare un nome alle montagne russe interne. Non tutto è “dramma” o “carattere”: molte reazioni emotive nascono da un sistema nervoso in cerca di stabilità. Imparare a riconoscere i segnali corporei – il cuore che accelera, la tensione nello stomaco, la voglia di sparire – può trasformare l’impulso in consapevolezza.
E come insegnanti, questa teoria diventa una bussola preziosa: ogni aula è un ecosistema autonomico. Un bambino che non guarda, che si muove troppo o troppo poco, non è disattento: il suo sistema di sicurezza non è ancora ingaggiato. Prima di pretendere attenzione, serve offrire sicurezza. È così che nasce l’apprendimento.
Tornare alla sicurezza
C’è una frase di Porges che riassume bene la sua visione:
“Non siamo progettati per sopravvivere da soli, ma per sentirci al sicuro insieme.”
In un mondo che spinge costantemente all’attivazione, la Teoria Polivagale ci invita a un ritorno alla base, al riconoscimento che la salute mentale e relazionale non nasce dalla forza di volontà, ma dalla possibilità di sentirsi al sicuro nel corpo.
Ogni volta che respiriamo più lentamente, che incontriamo uno sguardo amico, che scegliamo di rispondere invece di reagire, stiamo letteralmente ricablando il nostro sistema nervoso verso la connessione.
E questo, oggi, è forse l’atto più politico e umano che possiamo compiere.

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