Il Dolore nei Giovani: Un Segnale da Ascoltare

C’è una cosa che spaventa più dei sintomi: non capirli. Quando un adolescente dice “sto male”, spesso gli adulti pensano a una macchia da togliere, a un problema da estirpare. Eppure il dolore, per il cervello, non è un errore: è un segnale di vita, un faro acceso che indica una direzione. Se lo spengiamo a forza, perdiamo anche la strada.

Negli ultimi anni le neuroscienze hanno fatto una cosa semplice eppure rivoluzionaria: hanno rimesso il dolore al suo posto. Non come accidente sfortunato, ma come linguaggio antico con cui il corpo e la mente ci parlano. È il sistema limbico che orchestra, sono le reti di connessione che si accendono, è il “sentire” – prima ancora del “capire” – a guidare la risposta. Quando un ragazzo soffre non sta “drammatizzando”: sta segnalando che qualcosa, nelle sue mappe affettive e relazionali, non tiene più.

Il dolore come bussola biologica

Proviamo a togliere il giudizio e a fare spazio al dato: il dolore è un meccanismo di protezione. Il cervello conserva ciò che ferisce non per vendetta, ma per futuro: è memoria prospettica. Se ti scotti, ricordi per non riscottarti. Se ti senti invisibile, ricordi per non rimanere di nuovo solo. Ecco perché le esperienze che mancano di sguardi, contatto, risonanza emotiva lasciano tracce testarde. Non si tratta di “non superare il passato”: si tratta di un organismo che sta tentando di proteggere il domani.

Quando questo sistema va in sovraccarico, il dolore mentale cerca un posto dove scaricarsi. Spesso lo trova nel corpo. Non perché “i ragazzi si fanno del male per attirare l’attenzione”, ma perché il corpo è l’ultimo megafono disponibile quando non ci sono più parole che arrivano a destinazione. In quell’istante la ferita fuori sta dicendo ciò che dentro non si regge.

“È come un buco nel palloncino”

Luigi, 15 anni, ha una testa brillante e una pancia che da mesi si chiude a riccio. Non c’è febbre, non c’è virus, gli esami sono a posto. C’è però una frase che non mi dimentico: «È come un buco nel palloncino: per quanta aria di vita io respiri, perde». Non sta chiedendo una toppa. Sta chiedendo chi tiene il palloncino insieme mentre lui respira. La differenza è abissale: tra “smetti di lamentarti” e “sono qui, posso reggere con te”.

Quando gli adulti smettono di inseguire il sintomo e cominciano ad ascoltare il messaggio, succede una cosa quieta e potente: il ragazzo non è più il problema da aggiustare, ma la persona che possiamo incontrare. Così la domanda cambia: non “come ti tolgo il dolore?”, ma “cosa ti sta chiedendo il dolore?”.

Autolesionismo: non un atto folle, una soluzione disperata

L’autolesionismo spaventa perché è visibile. Ma prima di essere un taglio è un’idea: “se il dolore nella testa non si spegne, forse lo sposto nel corpo e per un attimo respiro”. Il circuito della ricompensa fa il resto: quell’attimo di tregua diventa un rinforzo, e il cervello impara in fretta. È una soluzione efficace nell’immediato e devastante nel medio periodo. Qui sta il compito degli adulti: offrire soluzioni che funzionino meglio, non prediche che non funzionano affatto.

“Laura, 20 anni”: «È così che comincia: quando tutto è a pezzi dentro, cominci a farti a pezzi fuori». Nessuno ha bisogno di sentirsi dire che “non si fa”. Ha bisogno di non essere lasciata sola con l’unico modo che ha trovato per respirare. La relazione è l’antidoto, non la morale.

Il cervello sociale: essere visti per esistere

Non siamo progettati per cavarcela da soli. Il cervello è una macchina sociale: si regola attraverso la risonanza con l’altro. Lo vediamo fin dai primi mesi di vita: lo sguardo dell’adulto organizza l’io del bambino, la voce regola il ritmo, la carezza abbassa l’allarme. Quando lo scambio si interrompe – perché lo smartphone diventa il terzo incomodo, perché gli adulti sono esasperati, perché nessuno regge più lo sguardo – il sistema aumenta il volume del segnale. Il dolore sale di tono per farsi sentire.

Non serve perfezione, serve presenza. Non servono discorsi impeccabili, serve la qualità dell’incontro: occhi che restano, corpi che non scappano, parole oneste. È la biologia a chiederlo, prima ancora della psicologia.

Cosa possono fare i grandi (davvero)

Non elenco istruzioni – i ragazzi non sono elettrodomestici – ma ci sono gesti che, se ripetuti con coerenza, cambiano il clima interno di una famiglia e di una classe.

Cominciamo dal respiro, il nostro. Un adulto che rallenta diventa credibile. Un “dimmi” detto piano vale più di dieci consigli detti veloci. Il dolore non chiede spiegoni, chiede spazi. Arriva in ondate, non in paragrafi. Se ci mettiamo accanto all’onda senza volerla domare, il ragazzo impara due cose fondamentali: che non è pericoloso sentire e che non è solo quando sente.

Poi la coerenza. Il cervello cerca predicibilità: rituali semplici, orari che tengono, confini gentili ma chiari. Non è rigidità, è affidabilità. La libertà che funziona nasce sempre da un recinto sicuro.

Infine le parole. Evitiamo “non è niente”, “passa”. Il dolore sente l’invalidazione come una spinta via. Meglio nominarlo: “vedo che fa male”, “posso restare qui mentre lo attraversi?”. Non promettiamo felicità, promettiamo compagnia. È più onesto e funziona.

E la scuola?

La scuola è un ecosistema potentissimo. Se diventa solo misurazione, lascia orfani molti ragazzi. Non servono rivoluzioni: serve che ogni docente abbia un momento, anche breve, in cui lo sguardo dice “ti vedo oltre il voto”. La valutazione non è il problema; lo diventa quando sostituisce la relazione. La relazione non ruba tempo all’apprendimento; glielo restituisce in forma di motivazione.

Prevenzione non è un cartellone in corridoio

La prevenzione reale è fatta di micro-abitudini: adulti che si formano, equipe che parlano tra loro, spazi di ascolto accessibili, percorsi chiari quando qualcosa non va. Non aspettiamo la crisi delle due di notte per scoprire che ci serviva un piano: costruiamolo di giorno, in tempi di quiete. La biologia ama la prevedibilità; anche la psicologia.

Quando chiedere aiuto

Se il dolore occupa tutto, se il corpo diventa teatro di ferite, se pensieri di morte si affacciano, serve una stanza clinica che possa contenere, valutare i rischi e aprire strade di cura. Non è un fallimento: è un atto di responsabilità. La terapia non “toglie” il dolore a colpi di bacchetta; gli restituisce un senso dentro una relazione competente, e poco alla volta lo trasforma in un linguaggio più gentile.

In conclusione

Il dolore dei ragazzi non è un difetto da correggere, ma un segnale da capire. È la biologia a dircelo: le memorie non servono a guardarci indietro, ma a prepararci avanti. La cura, allora, è fare spazio e restare presenti. Il resto – diagnosi, strumenti, protocolli – ha senso solo dentro questo patto di umanità

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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