Attaccamenti traumatici: quando il trauma non si vede ma si sente

Lo scorso weekend ho avuto il privilegio di partecipare a una formazione condotta dal prof. Benedetto Farina, psichiatra, psicoterapeuta e professore ordinario di Psicologia Clinica all’Università Europea di Roma.

Da anni è una delle voci più autorevoli nello studio della psicotraumatologia, della dissociazione e del trauma relazionale precoce. Co-autore, insieme a Giovanni Liotti, del volume Sviluppi traumatici, Farina ha contribuito a definire a livello internazionale cosa accade nella mente e nel corpo di chi cresce in contesti affettivi disfunzionali, anche in assenza di maltrattamenti evidenti.

Questa lezione mi ha lasciato il desiderio di condividere, con chi mi legge, alcuni concetti fondamentali — perché riguardano tutti, genitori e figli, ma anche adulti che portano dentro ferite invisibili.

Non serve un trauma per avere le ferite del trauma

Quando parliamo di trauma, la mente corre a immagini drammatiche: incidenti, violenze, abusi, guerre.

Eppure, la ricerca scientifica degli ultimi decenni ci dice che la forma più diffusa di trauma non è quella che si vede, ma quella che si vive dentro le relazioni.

Il prof. Farina la definisce una “epidemia nascosta”: una condizione che colpisce milioni di persone e che peggiora la salute mentale in modo trasversale, indipendentemente dalla diagnosi.

Non riguarda solo chi ha vissuto esperienze estreme, ma chi è cresciuto in un contesto dove la base di sicurezza — quella da cui un bambino dovrebbe partire ed essere protetto — non ha funzionato come avrebbe dovuto.

Lui lo chiama attaccamento traumatico: il risultato di un fallimento grave e continuato delle relazioni di cura primarie.

Significa che, per un tempo prolungato, i bisogni fondamentali del bambino non hanno trovato risposta adeguata — non solo quelli materiali, ma anche quelli emotivi e relazionali.

Cos’è davvero il “neglect”

Il termine inglese neglect, spesso tradotto come trascuratezza, non descrive pienamente ciò che accade.

Non è semplicemente “non esserci”: è esserci in modo inadeguato.

È quel tipo di presenza vuota, fatta di mani che accudiscono ma non scaldano, di parole che organizzano ma non confortano, di adulti che “fanno tutto” ma non si connettono davvero.

Per un bambino, che nei primi anni di vita dipende totalmente dal caregiver per la regolazione fisica e affettiva, questa assenza relazionale non è neutra: è minacciosa.

Il piccolo non può fuggire, non può difendersi, e così l’unica possibilità è adattarsi.

Impara presto a non chiedere, a non disturbare, a diventare “facile da amare”.

E quando il bisogno di vicinanza si trasforma in paura, la mente costruisce strategie di sopravvivenza che da adulti diventano trappole: ipervigilanza, controllo, difficoltà a fidarsi, distacco emotivo.

Un fallimento che riguarda il corpo, non solo la mente

Farina lo spiega in modo straordinariamente chiaro:

quando la figura di attaccamento — la madre, il padre, o chi si prende cura del bambino — non riesce a co-regolare gli stati fisiologici del piccolo, il sistema nervoso si disorganizza.

La disregolazione non è un concetto poetico: è una condizione neurofisiologica.

Basta una madre ansiosa, depressa o costantemente tesa perché il bambino impari, attraverso il corpo, che la calma non è un posto dove si può restare a lungo.

Il sistema nervoso resta in iper-attivazione, pronto a reagire, a difendersi, anche quando il pericolo non c’è.

Da adulti, questo si traduce in ansia cronica, tensioni corporee, insonnia, somatizzazioni, difficoltà di concentrazione.

In terapia, lo si vede chiaramente: finché il corpo è in allarme, la mente non riesce a pensare.

Il paziente più motivato, se resta in uno stato vegetativo di iperarousal, non può integrare nuove esperienze emotive.

È come voler imparare a nuotare mentre si sta affogando: la priorità del cervello è sopravvivere, non riflettere.

Quando la sicurezza diventa la fonte della paura

L’attaccamento, biologicamente, nasce come un sistema di difesa: serve a cercare protezione in chi può salvarci.

Ma se proprio quella persona diventa anche la fonte di minaccia — perché imprevedibile, spaventata o spaventante — il sistema collassa.

Il bambino si trova in una condizione di minaccia senza via di fuga.

È un trauma a tutti gli effetti: non un evento unico, ma una situazione relazionale continuata da cui non si può scappare.

Da qui il nome: attaccamento traumatico.

Non lo ricordiamo, ma ne viviamo gli effetti

Molti adulti non riconoscono questa storia perché non ricordano nulla di traumatico.

Eppure, come dice Farina, il trauma relazionale non si racconta, si deduce.

Non serve la prova documentale di un abuso, così come non serve aver visto il fuoco per sapere che c’è stato.

Se trovi cenere, carbone e legna annerita, sai che lì qualcuno ha acceso un fuoco.

Allo stesso modo, quando nella vita adulta incontriamo paura della vicinanza, bisogno di controllo, difficoltà a fidarsi, rabbia senza direzione, ansia di abbandono, non abbiamo bisogno di “ricordare tutto” per sapere che qualcosa è bruciato dentro la relazione primaria.

Sono i resti del fuoco.

Due inviti alla riflessione

Se sei genitore, questa consapevolezza può spaventare ma anche liberare.

Non serve essere perfetti, ma consapevoli.

Accorgerti delle tue fatiche — di quando ti chiudi, ti irrigidisci, reagisci più con la paura che con la presenza — è già un passo di cura.

Chiedere aiuto, confrontarti, esplorare la tua storia non è segno di debolezza: è un atto d’amore verso tuo figlio e verso la parte di te che non ha avuto chi la contenesse.

Se sei un adulto che vive oggi difficoltà relazionali, emotive o fisiche che sembrano “senza motivo”, prova a spostare lo sguardo: non chiederti solo “che cosa mi succede?”, ma anche “da dove arriva questo modo di reagire?”.

A volte non è la vita presente che fa male, ma la memoria implicita di un legame che un tempo non ha potuto proteggerti.

Il passato non si cancella, ma può essere riscritto attraverso nuove esperienze di fiducia e sicurezza.

Ogni volta che un dolore antico viene accolto da uno sguardo empatico, un frammento di storia smette di bruciare.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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