Chi guarda un bambino che costruisce torri di mattoncini o che parla con le bambole potrebbe pensare che stia solo “facendo passare il tempo”. Eppure, nel gioco, i bambini fanno molto di più: sperimentano emozioni, costruiscono significati, rielaborano esperienze. Il gioco è la palestra naturale della crescita.
Giocare è una questione di attaccamento
Il modo in cui un bambino gioca dipende anche dal senso di sicurezza che prova nella relazione con chi si prende cura di lui.
- Quando il legame è solido, il bambino ha il coraggio di esplorare, inventare storie, rischiare nuove sfide. Sa che c’è una “base sicura” pronta ad accoglierlo se si spaventa o se cade.
- Quando la base sicura vacilla, il gioco può irrigidirsi, diventare povero o ripetitivo. È il segnale che l’energia emotiva è spesa più per proteggersi che per esplorare.
Il gioco, quindi, non è solo intrattenimento: è un termometro della qualità della relazione.
Nei primi anni: gioco come esplorazione del mondo interno
Nei primi anni di vita, i bambini usano il gioco simbolico per rappresentare ciò che vivono: la bambola che piange perché la mamma va via, il pupazzo che si ammala, il mostro da sconfiggere. Sono scene che non nascono per caso, ma che traducono emozioni profonde: paura della separazione, desiderio di essere curati, rabbia per un rimprovero.
Quando una situazione si ripete più volte – il mostro che ritorna, la casa che crolla – non è un capriccio creativo, ma un modo per rielaborare esperienze emotive ancora troppo grandi da gestire.
In età prescolare e scolare: gioco come laboratorio sociale
Con la crescita, il gioco diventa sempre più condiviso. All’asilo e a scuola, i bambini imparano a negoziare regole, a rispettare i turni, a tollerare le frustrazioni. Un bambino che baratta i suoi giochi, che si arrabbia quando perde, che inventa un mondo di regole tutte sue, sta allenando competenze fondamentali per la vita sociale.
Ma anche qui il tipo di gioco racconta molto:
- Alcuni bambini diventano “capitani” del gioco, controllando rigidamente gli altri.
- Altri restano in disparte, osservano senza buttarsi dentro.
- Altri ancora sembrano travolti dalle emozioni e faticano a giocare insieme senza conflitti.
Ognuna di queste modalità riflette il loro modo di sentirsi al sicuro (o meno) dentro le relazioni.
Come si vede nel corpo
Il gioco parla non solo attraverso le storie, ma anche con il corpo:
- Bambini liberi e sicuri hanno gesti fluidi, usano lo spazio, si lasciano trasportare dalla fantasia.
- Bambini che giocano “in difesa” mostrano rigidità, ripetono gli stessi movimenti, controllano le espressioni.
- Bambini ansiosi possono agitarsi molto, alzare la voce, o al contrario ritrarsi e restare passivi.
Il corpo del bambino nel gioco è un vero e proprio palcoscenico del suo mondo interiore.
Il ruolo del genitore: esserci senza dirigere
Molti adulti, vedendo i figli giocare, si chiedono: “Devo intervenire? Devo insegnargli come farlo meglio?”.
Il compito del genitore non è trasformare il gioco in lezione, ma custodirne lo spazio. A volte significa osservare in silenzio, altre volte lasciarsi coinvolgere come personaggio, altre ancora offrire parole che traducono ciò che il bambino sta vivendo: “Il tuo pupazzo è arrabbiato… forse come te quando devi smettere di giocare”.
In questo modo il bambino scopre che le emozioni non sono pericolose: possono essere nominate e condivise dentro la relazione.
Quando il gioco segnala un bisogno
Un gioco povero, sempre uguale, o al contrario troppo agitato e ingestibile può essere il segnale che qualcosa non va. Non significa che il bambino sia “malato”, ma che sta cercando di comunicare un bisogno profondo.
Riconoscere questi segnali è fondamentale per evitare che il gioco perda la sua funzione di crescita e diventi una gabbia. Non sempre i genitori riescono a interpretarli da soli: quando si è dentro la relazione, lo sguardo può sfocarsi. Avere un supporto in questi casi aiuta a dare senso al gioco del bambino e a restituirgli la libertà di esplorare davvero.
Giocare per crescere liberi
Il gioco è il luogo più serio della crescita. È lì che i bambini imparano a conoscere se stessi, a fidarsi degli altri, a sperimentare la vita. Non va riempito di compiti, né lasciato a se stesso: va custodito come un giardino segreto che fiorisce se trova la giusta cura.
E quando un genitore non riesce a capire se il gioco del proprio bambino è segnale di benessere o di fatica, non è un fallimento: è il momento giusto per chiedere uno sguardo esterno, che aiuti a leggere quei messaggi e a sostenere il bambino nel suo percorso di
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