Ci sono parole che fanno paura solo a pronunciarle. Suicidio è una di queste.
Per troppo tempo è stata nascosta, sussurrata, rimossa. Ma i silenzi non proteggono: i silenzi isolano, i silenzi uccidono.
Il 10 settembre, Giornata Internazionale per la Prevenzione del Suicidio, ho partecipato alla proiezione del docufilm Come stanno i ragazzi, promosso dall’associazione La Tazza Blu, fondata da Rocchina e da suo marito dopo la morte della figlia Giulia. Una ragazza come tante: interessi, sogni, amicizie. Eppure dentro di lei cresceva un dolore muto, mai detto fino in fondo.
Rocchina ha raccontato con lucidità e strazio la domanda che la accompagna ogni giorno: “Perché Giulia non ci ha parlato? E se anche lo avesse fatto, io avrei capito quanto stava male?”
La Tazza Blu nasce proprio da questo vuoto: dare parola a chi non può più dirla. Perché parlandone si fa prevenzione.
Molti adulti temono di “mettere un’idea in testa” ai figli , agli studenti nominando la parola suicidio. Ma è scientificamente provato che parlarne non aumenta il rischio, al contrario lo riduce, perché offre ai ragazzi la possibilità di esprimersi, di sentirsi visti e non soli.
Il problema è che siamo noi adulti, prima ancora dei ragazzi, ad avere paura di usare quella parola. Ci fa orrore, ci fa scappare lo sguardo. Eppure è proprio il nostro coraggio che può aprire lo spazio. Quando chiediamo “Come stai?” possiamo aggiungere “Ti capita di avere pensieri di non voler più vivere?”. Sono domande dure, ma possono salvare vite.
Durante il dibattito, è emerso come oggi il disagio inizi sempre più presto: La Tazza Blu ha attivato una chat di supporto che riceve richieste da ragazzi e ragazze di 13, 14 anni. Un’età in cui la sofferenza psichica può esplodere in silenzio, nascosta dietro un “va tutto bene” che non significa nulla.
L’adolescenza è già di per sé un mare in tempesta, fatto di umori altalenanti, estremismi, identità in costruzione. È normale che ci siano chiusure, litigi, oscillazioni. Ma quando il dolore diventa costante, quando compaiono autolesionismo, isolamento, perdita di interessi, allora serve un’attenzione in più, un orecchio che non banalizzi con “alla tua età anch’io…”.
Un’insegnante presente ha detto: “Ho paura che parlarne sia come instillare un dubbio, e spesso non so che peso dare ai segnali”. È una paura comprensibile: non esistono ricette, e protocolli chiari e risorse adeguate sarebbero fondamentali. Perché se la scuola è spesso il luogo dove il disagio si manifesta prima, non possiamo lasciare soli gli insegnanti davanti a responsabilità così grandi.
Ha commosso l’intervento di una ragazza in sala “La parte più difficile per un figlio nel confidare pensieri suicidari ai genitori è il senso di colpa. Io mi sentivo sbagliata, e in colpa verso i miei genitori per il dolore che provavo”.
Il senso di colpa è spesso il frutto dell’amore: i figli si sentono responsabili del dolore dei genitori, i genitori si sentono colpevoli di quello dei figli. Ma la sofferenza psichica non è una colpa. Non c’è una causa unica: i disturbi nascono da fattori multipli, personali, familiari, sociali, culturali. Non esiste un colpevole, esistono persone che soffrono.
Ecco perché la prevenzione parte da qui: rompere il tabù, dare parole, fare domande. Non significa allarmare, ma aprire un varco. Anche un ragazzo che risponde “va tutto bene” a un genitore che osa chiedere “hai pensieri di non voler più vivere?” sentirà che c’è uno spazio possibile. Una porta aperta.
Non è facile. Fermarsi, ascoltare davvero, resistere alla tentazione di giudicare o minimizzare, richiede fatica. Ma è questa fatica che può salvare una vita.
Il messaggio che porto a casa da questa sera, in riflessione di questa giornata, è chiaro: la prevenzione non è uno slogan, è un lavoro quotidiano di relazione, ascolto e coraggio. È avere il coraggio, come adulti, di pronunciare le parole che più ci fanno paura. Perché i nostri ragazzi hanno bisogno che siamo noi, per primi, a dirle ad alta voce.
E di domandarci se siamo in grado di accogliere il loro dolore, perchè nel dubbio, se temiamo di non poterlo gestire allora è il momento di chiedere aiuto, per noi, perchè se i ragazzi non ci sentono capaci di reggere la loro sofferenza probabilmente non lo faranno, facciamoci aiutare.

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