Ci sono ferite che non lasciano lividi visibili, ma si depositano sotto pelle, in profondità. Ferite che non solo cambiano il modo in cui un bambino si relaziona agli altri, ma che ne accelerano addirittura l’invecchiamento cellulare.
Uno studio pubblicato nel luglio 2025 su Neuroscience News — condotto da un’équipe dell’Università di Fukui, in Giappone — ha messo nero su bianco qualcosa che da tempo sospettiamo come clinici e, forse, anche come figli: il maltrattamento precoce lascia tracce nel corpo, nella mente e nella capacità di entrare in relazione.
📊 Lo studio: bambini tra 5 e 7 anni, tra biologia e sguardi
I ricercatori hanno studiato due gruppi di bambini: uno esposto a esperienze di maltrattamento (fisico, emotivo o trascuratezza), e uno cresciuto in ambienti protettivi. Hanno misurato due indicatori principali:
- Età epigenetica attraverso il DNAm GrimAge
È un biomarcatore che, attraverso un prelievo di sangue, permette di calcolare quanto il corpo “invecchia” a livello cellulare. Normalmente usato in adulti, è stato impiegato per la prima volta in bambini così piccoli.
✅ Risultato: i bambini con esperienze di maltrattamento mostrano un’accelerazione significativa dell’età biologica rispetto ai coetanei. - Pattern di attenzione allo sguardo (eye-tracking)
Tramite un test video, i ricercatori hanno misurato per quanto tempo i bambini osservavano il volto (e in particolare gli occhi) delle persone.
✅ Risultato: i bambini maltrattati tendevano a evitare lo sguardo, mostravano minore interesse per i volti umani — un chiaro segnale di difficoltà nel sistema sociale motivazionale.
🔄 E cosa succede se metti insieme questi due dati? Lo studio ha mostrato che entrambi — indipendentemente l’uno dall’altro — sono associati a maggiori difficoltà emotive e comportamentali, come ansia, impulsività, ritiro, disregolazione.
🧠 Cosa ci raccontano questi risultati?
Che mente e corpo non sono separati. Che l’ambiente in cui un bambino cresce non si limita a “influenzare” il comportamento: plasma la sua biologia.
Il trauma precoce modifica i sistemi di risposta allo stress, agendo sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, alterando la produzione di cortisolo e influenzando i meccanismi epigenetici che regolano la trascrizione del DNA. In pratica: il corpo del bambino si adatta per sopravvivere, ma a caro prezzo.
Allo stesso tempo, lo sviluppo del cervello sociale — soprattutto le aree legate alla lettura del volto e alle competenze empatiche — può risultare compromesso. Lo sguardo che si distoglie non è solo timidezza: è spesso una strategia protettiva, nata là dove lo sguardo dell’altro è stato fonte di pericolo o dolore.
🪞E noi, nel nostro quotidiano di genitori?
La domanda, a questo punto, è inevitabile: come possiamo proteggere i nostri figli? E come possiamo prenderci cura delle nostre ferite, se siamo stati noi quei bambini?
Perché non serve avere subìto violenze eclatanti. A volte basta un genitore costantemente preoccupato, indisponibile emotivamente, anaffettivo.
A volte siamo noi, oggi, ad accorgerci di non riuscire a reggere le emozioni dei nostri figli: ci infastidisce il pianto, ci irrita la rabbia, ci confonde la tristezza. E lì, se guardiamo bene, troviamo spesso le nostre di emozioni — antiche, ingombranti, non viste da nessuno.
👣 E allora, da dove cominciare?
🧭 La risposta non è la perfezione.
Non serve diventare genitori infallibili. Serve piuttosto fare spazio: allo sguardo, al corpo, alla storia.
Ecco alcune tracce da cui partire:
- Accogliere le emozioni: tutte, anche le più scomode. Le nostre e quelle dei nostri figli.
- Rallentare i ritmi: per creare connessioni. Il tempo è un regolatore biologico.
- Osservare senza giudicare: un bambino che fatica a guardarti negli occhi sta comunicando, non disobbedendo.
- Interrogarci: “Perché questo comportamento mi fa così male? Da dove arriva questa reazione così forte?”
E, se necessario, chiedere supporto.
Non per “aggiustare il bambino”, ma per prenderci cura del genitore. Di noi stessi. Della nostra storia.
🧶 In conclusione
Questo studio ci offre una lente preziosa: ci mostra che le ferite relazionali si imprimono nella biologia, ma ci dice anche che intervenire è possibile.
Non siamo condannati a replicare.
Non siamo destinati a farci male come ci è stato fatto.
Ma per cambiare direzione, serve il coraggio di guardare. Anche dove fa male. Anche dove nessuno ci ha mai guardati prima.
Se questo sguardo vuoi iniziare a darlo, con delicatezza ma anche con profondità, uno spazio di aiuto esiste. E può cominciare proprio da qui.

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