Perché i bambini si adattano anche a ciò che fa male
(E come questi adattamenti ci restano addosso per anni)
C’è qualcosa che ogni genitore dovrebbe sapere. Qualcosa che ogni terapeuta vede, prima o poi, affiorare in seduta. I bambini si adattano. Sempre. Anche a quello che fa male. Anche a quello che non capiscono. Anche a quello che, se potessero scegliere, non vorrebbero mai.
Ma non lo fanno per debolezza. Lo fanno per amore. Lo fanno per sopravvivere.
Quando il bisogno d’amore vince su tutto
Prendiamo un bambino che ha una mamma molto ansiosa. Una di quelle mamme che si allarmano se il figlio piange, se fa un capriccio, se si arrabbia. Non riesce a reggere l’emozione del figlio perché lei stessa non regge le proprie. Il bambino, che tutto sente e tutto assorbe, intuisce che ogni sua manifestazione intensa scatena disagio. Così inizia a “contenersi”.
Smette di fare domande. Non piange più quando è triste. Dice che va tutto bene anche se ha paura. Diventa il figlio “facile”. Ma a quale prezzo?
Oppure pensiamo a un bambino con un papà molto rigido. Uno che corregge, giudica, pretende. Che non si arrabbia quasi mai… ma quando lo fa, fa paura. Quel bambino impara presto a essere perfetto. I compiti sempre in ordine, i voti alti, le scarpe allineate. Ma anche qui: a quale prezzo?
Non solo comportamenti, ma pensieri
L’adattamento non è solo qualcosa che si vede. È anche qualcosa che si pensa.
“Se piango, mamma sta male. Quindi non devo piangere.”
“Se sbaglio, papà si arrabbia. Quindi devo essere perfetto.”
“Se chiedo troppo, mi allontanano. Quindi devo bastarmi da solo.”
Questi pensieri diventano leggi interiori. Non dette da nessuno, ma scolpite dentro. E crescono insieme al bambino, che magari un giorno sarà un’adolescente che non chiede aiuto mai, o un adulto che si sente sempre “troppo” o “non abbastanza”, anche se non sa spiegare bene il perché.
In terapia arrivano così: stanchi, affaticati, spesso funzionali e brillanti. Ma sotto la superficie c’è un bambino che ha stretto i denti per anni. Che ha fatto di tutto per non perdere l’amore dei suoi cari. Anche rinunciare a parti vitali di sé.
Quando i bambini si sentono colpevoli anche dei litigi
C’è un aspetto ancora più delicato e meno visibile: i bambini, non avendo ancora esperienza delle dinamiche relazionali adulte, si attribuiscono la colpa anche di ciò che non li riguarda. Compresi i litigi tra mamma e papà.
Un bambino piccolo, che sente i genitori discutere animatamente, non pensa: “Stanno attraversando un momento difficile.” No. Pensa: “È colpa mia. Li ho fatti arrabbiare io.”
Magari perché quel giorno ha fatto i capricci, o non ha mangiato, o ha preso un brutto voto. E da quel momento, inizia a comportarsi ancora meglio. O ancora peggio, inizia a pensare che per tenere unita la famiglia deve smettere di essere un problema.
Un’adolescente, qualche anno dopo, potrebbe dirlo in seduta così:
“Quando litigavano, pensavo che se fossi stata più brava, loro sarebbero andati d’accordo.”
Un peso enorme, che nessun bambino dovrebbe portare. Ma che tanti portano. Perché se il mondo dei grandi fa paura, l’unica cosa che un bambino può controllare è sé stesso.
La buona notizia
Nessun adattamento è per sempre. Anche se ci ha protetti per anni, anche se sembra una seconda pelle, possiamo riconoscerlo. Possiamo capire perché lo abbiamo sviluppato, a cosa ci è servito, e soprattutto come possiamo lasciarlo andare.
È quello che succede, un passo alla volta, in terapia. Quando qualcuno ci guarda senza giudicare. Quando possiamo essere tristi senza che l’altro si spaventi. Quando ci permettiamo di dire “ho bisogno”, e non succede niente di catastrofico. Anzi, magari scopriamo che lì, proprio lì, può nascere una relazione vera.
E i genitori, cosa possono fare?
Capire questo meccanismo ci aiuta anche a essere genitori più consapevoli. Non perfetti — per fortuna — ma più presenti. Perché quando un bambino cambia comportamento, ci sta dicendo qualcosa. Sta leggendo il nostro stato d’animo, il nostro modo di stare con lui, e sta cercando di “andarci incontro”.
Allora forse la domanda non è: “Cosa ha mio figlio che non va?”, ma:
“Cosa sta cercando di dirmi con questo comportamento?”
“Cosa ha imparato a fare per non perdermi?”
“Come posso fargli sentire che può essere se stesso, anche se piange, anche se si arrabbia, anche se sbaglia?”
Queste domande aprono mondi. E sono il primo passo per spezzare catene invisibili che spesso si tramandano da una generazione all’altra.
Una riflessione per oggi: libertà è anche questa
Oggi è il 25 aprile, giornata della Liberazione. Una data che ci ricorda il valore della libertà conquistata collettivamente, ma che può invitarci a riflettere anche su un altro tipo di libertà: quella interiore.
La libertà di sentire senza paura.
La libertà di essere sé stessi, senza dover piacere o compiacere.
La libertà di non portare più sulle spalle pesi che non ci appartengono.
La libertà di smettere di adattarsi a un copione antico, per scrivere una storia nuova.
Molti di noi sono cresciuti non liberi. Costretti da dentro, più che da fuori. Da regole non scritte, da pensieri silenziosi, da convinzioni nate quando eravamo piccoli e volevamo solo essere amati.
Liberarsi non significa dare la colpa a qualcuno. Significa riconoscere ciò che ci ha fatto male, onorare ciò che ci ha protetti, e poi scegliere, con gentilezza, di non doverci più vivere dentro.
Anche questa è una forma di resistenza.
Anche questa è una liberazione.
La libertà inizia quando smetti di avere paura di essere te stessa
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