Ansia nei bambini: quando la paura non passa
L’ansia è una vecchia compagna di viaggio dell’essere umano. È quella spinta che ci tiene all’erta, che ci fa scattare quando percepiamo un pericolo, che ci ha salvati milioni di volte nel corso dell’evoluzione. Ecco perché, quando un genitore mi chiede: “Dottoressa, ma l’ansia è un problema?”, la risposta è sempre la stessa: “No, l’ansia ci serve. Il problema è quando non riusciamo più a spegnerla”.
Nei bambini, questa difficoltà è ancora più evidente. Il loro cervello è un cantiere aperto: tutto è in costruzione, soprattutto la capacità di autoregolarsi. Per questo, quando un bambino si sente in pericolo, attiva il suo sistema d’allarme e cerca protezione dove sa che può trovarla: nel genitore.
Niente di strano, giusto? È così che funziona l’attaccamento: quando un bambino percepisce una minaccia, cerca la sua base sicura. Il punto è che, a volte, quel sistema di protezione non si spegne mai. E l’ansia resta lì, accesa, anche quando non dovrebbe.
Perché alcuni bambini non riescono a regolare l’ansia?
Immaginate di avere una sirena dentro la testa. Il suo compito è avvisarvi quando c’è un pericolo: un cane che ringhia, un’auto che arriva all’improvviso, un’ombra che si muove nel buio. Se la sirena funziona bene, si attiva solo quando serve.
Ora immaginate che quella sirena suoni sempre. Anche quando siete in un luogo sicuro. Anche quando non c’è nessun pericolo reale. È quello che succede ai bambini ansiosi: il loro sistema di allerta è iperattivato.
E qui arriva la domanda chiave: perché in alcuni bambini l’ansia è disregolata?
Le risposte possono essere molte, ma una delle più importanti riguarda il contesto. Perché se è vero che ogni bambino nasce con una sua predisposizione, è altrettanto vero che impara a gestire le emozioni attraverso l’esperienza con i suoi genitori. E se l’ansia è una questione di regolazione, la domanda da farsi non è solo “Perché mio figlio è ansioso?”, ma anche “Che rapporto ha con la mia ansia?”.
Attaccamento e ansia: quanto conta il genitore?
L’attaccamento è il primo sistema regolativo della nostra vita. Funziona così: il bambino si sente in difficoltà → cerca il genitore → il genitore lo aiuta a calmarsi → il bambino impara che il mondo è gestibile. Se questo ciclo si ripete abbastanza volte, il bambino interiorizza il meccanismo e, crescendo, diventa capace di calmarsi da solo.
Ma cosa succede se il genitore è imprevedibile? Se a volte è accogliente, altre volte distante? O, peggio ancora, se è lui stesso ansioso?
Succede che il bambino non sa cosa aspettarsi. E quando non sai cosa aspettarti, stai all’erta. Sempre.
L’attaccamento insicuro-ambivalente è particolarmente legato ai disturbi d’ansia. Sono quei bambini che faticano a separarsi, non perché abbiano paura della scuola o dell’asilo in sé, ma perché non sono sicuri di cosa succederà al genitore quando loro non ci sono. “E se mentre io sono via, mamma sta male?” “E se papà si dimentica di venirmi a prendere?”
Questo bisogno di controllo è la chiave di lettura dell’ansia da separazione, uno dei disturbi d’ansia più comuni nei bambini. E se il genitore risponde a questa insicurezza con rassicurazioni eccessive o con evitamenti (“Va bene, oggi rimani a casa”), il messaggio che passa è chiaro: “Hai ragione a preoccuparti”.
Ansia e famiglia: il legame che non si vede
Molti genitori si accorgono dell’ansia solo quando diventa un problema: quando il bambino piange disperato all’ingresso della scuola, quando evita situazioni sociali, quando ha mal di pancia ogni mattina. Ma l’ansia non nasce da un giorno all’altro. Si costruisce nel tempo, spesso in modo invisibile.
E qui arriva il punto difficile da accettare: l’ansia non è mai solo del bambino.
Se in casa c’è ansia, il bambino la assorbe. Se un genitore vive nel terrore che possa succedergli qualcosa, il bambino lo percepisce. Se l’ambiente familiare è imprevedibile o troppo iperprotettivo, l’ansia diventa una strategia di sopravvivenza.
Non è colpa di nessuno, sia chiaro. Ma è una realtà che va affrontata.
Cosa può fare un genitore?
1. Prima di tutto, guardarsi dentro
Se un bambino è ansioso, chiediamoci: quanto lo sono io? L’ansia si trasmette, si respira, si assorbe. Non possiamo aiutare un bambino a regolare la sua ansia se noi stessi non siamo capaci di gestire la nostra.
2. Evitare di alimentare la paura
Un bambino ansioso vuole essere rassicurato. E noi, naturalmente, glielo concediamo: “Non ti preoccupare, mamma è qui”, “Se hai paura, non lo facciamo”. Ma più rassicuriamo, più confermiamo che la paura è reale. E più evitiamo le situazioni ansiogene, più il bambino impara che non è in grado di affrontarle.
3. Mostrare sicurezza
Un bambino ha bisogno di vedere nei genitori un punto di riferimento stabile. Se ci percepisce in ansia, si sentirà insicuro. Se ci vede tranquilli, imparerà che non c’è nulla da temere.
4. Aiutarlo ad attraversare l’ansia
La paura non si evita, si affronta. Un bambino non deve essere “protetto” dall’ansia, ma accompagnato a sperimentarla in un ambiente sicuro. Questo significa permettergli di vivere piccole separazioni, aiutarlo a dare un senso alla sua ansia senza farne un dramma, insegnargli che tutte le emozioni passano.
5. Chiedere aiuto se serve
A volte, l’ansia è radicata. È diventata un modo di funzionare. E allora serve un aiuto in più. Un percorso di supporto non è un fallimento, ma un’opportunità per dare al bambino gli strumenti giusti per crescere.
Conclusione
L’ansia non è il nemico. È un segnale. E nei bambini, è spesso un segnale che riguarda anche i genitori. La buona notizia? Si può lavorare su di essa. Con consapevolezza, con piccoli cambiamenti quotidiani, con il coraggio di guardare anche alle nostre paure.

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