Quando un adolescente si chiude in stanza: capire e affrontare il ritiro sociale
Facciamo una prova: immaginiamo un ragazzo di 15 anni, chiamiamolo Marco. Fino a qualche tempo fa usciva con gli amici, faceva sport, aveva voti discreti a scuola. Ora invece passa le giornate chiuso in camera, le tapparelle abbassate, le cuffie nelle orecchie e il cellulare sempre in mano. Non esce più, nemmeno per una pizza con i compagni. A scuola va poco, a volte per niente. Con la famiglia scambia giusto qualche monosillabo, giusto per evitare discussioni. E ogni tentativo di confronto si trasforma in un muro invalicabile: “Lasciami stare.”
I genitori di Marco sono preoccupati, disorientati. Si chiedono dove hanno sbagliato, come è potuto succedere tutto questo, se si tratta di un capriccio o di qualcosa di più serio. E la paura si fa strada: “E se non ne esce più?”
Il ritiro sociale non è un capriccio, né una moda passeggera. È un fenomeno sempre più diffuso, che riguarda tanti adolescenti e che spesso spiazza le famiglie. Non è facile capire cosa sta succedendo, figuriamoci trovare la chiave giusta per aiutarli. Eppure, qualcosa si può fare.
Perché gli adolescenti si ritirano?
C’è questa convinzione diffusa che l’adolescenza sia l’età della ribellione, delle feste, delle uscite in gruppo, dell’amore per il rischio. Ma non è sempre così. Esistono adolescenti che, invece di sfidare il mondo, se ne allontanano. E le ragioni sono tante, mai uguali per tutti.
Il peso delle aspettative
Molti ragazzi crescono con l’idea che devono essere brillanti, sicuri, perfetti. Finché reggono il gioco, va tutto bene. Ma se qualcosa si incrina – un’insufficienza a scuola, un’amicizia finita male, una delusione amorosa – ecco che tutto il castello crolla. Meglio chiudersi in camera che affrontare il fallimento. Meglio sparire, piuttosto che rischiare di essere giudicati.
Il rifugio nel digitale
Internet e i social non sono il male assoluto, ma possono diventare un nascondiglio perfetto. Nel mondo online non ci sono sguardi diretti, non ci sono giudizi espliciti, non c’è il terrore di dire la cosa sbagliata. E così, per alcuni, diventa più facile vivere lì che fuori. “Se posso chattare con gli amici da casa, perché dovrei uscire?” pensano. E piano piano, la distanza dalla realtà aumenta.
La paura della socialità
Non tutti gli adolescenti si sentono a loro agio nei gruppi. Anzi, per alcuni, stare in mezzo agli altri è una fatica immensa. C’è chi si sente sempre fuori posto, chi ha il terrore di sbagliare, chi vive ogni interazione come un esame. E se uscire diventa un’angoscia, chiudersi in camera sembra la soluzione più semplice.
Una scuola che pesa troppo
Per molti ragazzi, la scuola è un campo di battaglia. Non solo per le verifiche e le interrogazioni, ma anche per il peso del confronto costante. Essere sempre all’altezza, non deludere i professori, non farsi vedere in difficoltà: una pressione enorme, che a volte diventa insostenibile. E allora si molla. Prima qualche assenza, poi sempre di più, finché tornare diventa impensabile.
Il disagio interiore
A volte il ritiro è solo la punta dell’iceberg. Sotto può esserci ansia, depressione, un dolore che non trova parole. Il problema è che tanti adolescenti non lo dicono, perché loro stessi non capiscono cosa gli sta succedendo. “Non mi va” è tutto quello che riescono a dire. E nel frattempo, si chiudono sempre di più.
Cosa fare quando un figlio si ritira?
Qui arriva la parte più difficile per i genitori: capire come aiutarli senza spingerli ancora di più nell’isolamento. La tentazione di “scrollarli” e riportarli alla realtà con la forza è forte, ma raramente funziona. Ecco qualche spunto.
1. Evitare il panico e il senso di colpa
Il primo passo è non farsi paralizzare dalla paura. È normale sentirsi impotenti, ma colpevolizzarsi o dare la colpa al ragazzo non porta da nessuna parte. Non si tratta di un fallimento educativo, né di pigrizia. È un segnale di malessere, e come tale va affrontato.
2. Entrare nel loro mondo
Se un adolescente è chiuso in camera, non si può pretendere che esca solo perché “così non va bene”. Bisogna capire cosa lo tiene lì. Cosa fa tutto il giorno? Con chi parla? Cosa lo appassiona? Invece di demonizzare internet, provare a vederlo come un ponte. Se ama i videogiochi, perché non provare a giocare insieme? Se segue certi streamer o influencer, provare a parlarne con lui. È un modo per riaprire un canale di comunicazione.
3. Piccoli passi, non salti nel vuoto
Non si può pretendere che un ragazzo chiuso in camera da mesi torni improvvisamente alla socialità. Serve gradualità. Iniziare con piccole uscite, senza pressioni. Anche solo fare la spesa insieme o andare a prendere un caffè può essere un primo passo. L’importante è non forzare, ma proporre.
4. Coinvolgere la scuola e altri adulti di riferimento
A volte, un insegnante, un educatore, un adulto fuori dalla famiglia può avere più impatto. Se la scuola è vissuta come un problema, valutare soluzioni alternative, come programmi più flessibili o tutoraggi personalizzati. L’obiettivo non è “far tornare tutto come prima”, ma trovare un nuovo equilibrio.
5. Chiedere aiuto, senza paura di sbagliare
Ci sono situazioni in cui il supporto di uno psicologo è fondamentale. Se il ritiro si protrae per mesi, se il ragazzo mostra segni di ansia o depressione, se rifiuta qualsiasi tentativo di dialogo, è importante coinvolgere un professionista. Chiedere aiuto non significa ammettere una sconfitta, ma riconoscere che servono strumenti in più.
Un’ultima cosa: il ritiro non è per sempre
Quando un figlio si chiude in camera, il timore più grande è che non ne uscirà mai. Ma non è così. La maggior parte degli adolescenti che attraversano una fase di ritiro, prima o poi, ne escono. A volte serve tempo, a volte aiuto, ma nessuno si isola per sempre.
Il compito dei genitori non è trascinarli fuori con la forza, ma rimanere un punto fermo. Essere lì, anche quando sembra che non vogliano aiuto. Essere disponibili, anche quando respingono ogni tentativo. Perché, prima o poi, torneranno. E in quel momento, avere accanto qualcuno che non li ha mai abbandonati farà tutta la differenza del mondo.

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