il manuale di istruzione della vita
I primi due anni di vita hanno una pessima reputazione. Vengono venduti o come una parentesi zuccherosa fatta di latte, profumo di borotalco e occhi lucidi, oppure come una specie di sopravvivenza in area di guerra: non dormirai, non mangerai, non capirai più niente. Entrambe le versioni sono parziali. E quando una cosa è solo parzialmente vera, di solito finisce per essere poco utile.
La verità è meno instagrammabile e molto più interessante: nei primi due anni succede tantissimo. Il bambino passa da una dipendenza totale a un inizio di autonomia sorprendente; nel frattempo prende forma il suo modo di stare nelle relazioni, di sentire il mondo, di percepire sé stesso. Non si decide tutto lì, per fortuna, ma lì si posa parecchio cemento. Ecco perché questo periodo pesa tanto: non solo perché è faticoso, ma perché è fondativo. Si formano i cosidetti Internal Working Model
Il punto è che questa fase viene spesso vissuta dai genitori come un esame a crocette in cui ogni risposta sbagliata rovinerà il futuro del figlio. Lo prendo in braccio troppo? Lo lascio piangere troppo? Lo vizio? Lo rendo dipendente? E intanto, mentre la testa produce interrogatori degni di una procura, il bambino fa il bambino: ha fame, sonno, paura, bisogno di contatto, bisogno di qualcuno che lo aiuti a stare al mondo. Nei primi mesi non manipola, non orchestra strategie, non ti “prende il vizio”. Semplicemente, da solo non ce la fa. E meno male che lo segnala.
Quello che spesso manda in frantumi i nervi adulti è proprio questo: il neonato non ha alcun rispetto per i nostri ritmi, per il nostro bisogno di silenzio, per il nostro desiderio di andare in bagno senza pubblico o di dormire più di due ore consecutive. Non lo fa per sadismo, anche se a tratti la tentazione di attribuirgli un progetto criminale c’è. Lo fa perché il suo sistema è ancora immaturo e ha bisogno del nostro corpo, della nostra voce, della nostra presenza per regolare il proprio. Nei primi sei mesi, addirittura, il bambino non ha ancora una percezione compiuta di sé come individuo separato: il contatto, il ritmo, la vicinanza dell’adulto partecipano davvero alla sua regolazione interna.
Questa è una delle prime cose che andrebbero dette meglio ai genitori: la fatica non è il contrario dell’amore. Puoi amare tuo figlio immensamente e sentirti esausta. Puoi desiderare di proteggerlo e, nello stesso tempo, sentire a tratti di non avere più pelle. Puoi essere felice che esista e avere nostalgia di uno spazio tuo. Non c’è niente di scandaloso in tutto questo. È l’effetto piuttosto comprensibile di un incontro ravvicinato con la dipendenza assoluta di un altro essere umano.
Dentro questo periodo, però, non si gioca soltanto la tenuta dei genitori. Si costruiscono due cose decisive: il senso di sicurezza e il senso di amabilità. La sicurezza riguarda l’esperienza profonda di poter contare su qualcuno quando si ha paura, disagio, fame, dolore, attivazione. L’amabilità riguarda un punto ancora più delicato: sentire di meritare amore, di non essere un fastidio, di suscitare piacere e tenerezza nello sguardo di chi si prende cura di noi. Queste due coordinate non dipendono dal temperamento del bambino in modo meccanico. Certo, i bambini nascono diversi, e alcuni mettono più alla prova di altri. Ma ciò che pesa davvero, in termini di sviluppo, è il modo in cui l’adulto reagisce a quelle differenze.
È un passaggio importante, perché toglie dal tavolo una fantasia molto amata dal senso di colpa: quella per cui esisterebbe il bambino facile che cresce bene da solo e quello difficile che “rovina tutto”. Non funziona così. Un bambino più sensibile, più ansioso, più esplosivo o più ritirato non è condannato da quelle caratteristiche. Ma ha bisogno, ancora di più, di adulti che sappiano leggere quel funzionamento senza spaventarsi, senza umiliarlo, senza confondere il temperamento con un difetto morale. Sicurezza e amabilità trasformano i tratti in risorse; la mancanza di queste due basi, invece, rischia di trasformare anche caratteristiche innocue in sofferenza.
Qui entra in scena la parola che nei testi educativi compare spesso, ma viene capita meno spesso: sintonia. La sintonia non è telepatia materna, non è annullamento, non è stare addosso al bambino come un servizio di sorveglianza ventiquattro ore su ventiquattro. È qualcosa di più fine e più realistico: mettersi in ascolto del bambino reale, del suo stato interno, dei segnali del suo corpo, del suo modo di cercare contatto o di allontanarsi. Significa provare a capire che cosa sta comunicando quel pianto, quella tensione, quell’irrequietezza, quel cercare braccia o, al contrario, quel voltarsi via.
Una presenza sintonica non spegne tutto subito, non vive ogni pianto come un fallimento personale, non interpreta il disagio del bambino come una prova da superare brillantemente entro trenta secondi. A volte la cosa più importante non è “risolvere”, ma esserci. Stare lì. Far sentire al bambino che la sua sofferenza non lo fa diventare troppo, insopportabile o respingente. È questo che costruisce, pezzo dopo pezzo, quel senso profondo di amabilità che poi farà tutta la differenza quando la vita gli presenterà il conto sotto forma di frustrazioni, fallimenti, esclusioni, paure. Un bambino che ha interiorizzato l’idea di essere amabile non crolla a ogni inciampo, perché non confonde l’errore con il proprio valore.
Naturalmente la sintonia non coincide con la fusione. E qui molti adulti si incagliano. Perché il bambino piccolo ha bisogno di molta vicinanza, ma il genitore resta un essere umano con un corpo, una soglia, dei limiti, un bisogno fisiologico di respirare. La questione allora non è scegliere tra presenza e distanza, ma trovare la giusta distanza. E la giusta distanza non si trova con le frasi assolute del tipo “un bambino va sempre preso in braccio” o “un bambino deve imparare subito”. Si trova nell’ascolto reciproco, negli aggiustamenti progressivi, nella capacità di tenere insieme il bisogno del piccolo e la tenuta dell’adulto.
Detto in modo meno elegante: stare troppo lontani fa sentire il bambino solo; stare troppo addosso, a volte, soffoca entrambi. La sintonia vera chiede elasticità, non rigidità. E chiede anche compassione verso sé stessi, perché in questa fase il senso di colpa dei genitori fa spesso più rumore del bambino. Ti senti in colpa se hai bisogno di staccarti due minuti. Ti senti in colpa se non riesci a calmarti subito. Ti senti in colpa se quel pianto ti sfinisce anziché aprirti il cuore come in un film francese. Peccato che il senso di colpa non regoli nessuno: né il bambino né l’adulto.
È a questo punto che la finestra di tolleranza (concetto di Siegel) smette di essere un concetto da addetti ai lavori e diventa una faccenda tremendamente concreta. La finestra di tolleranza è lo spazio entro cui il sistema nervoso riesce a stare attivo ma non travolto. Dentro quella finestra possiamo pensare, sentire, restare presenti, scegliere. Fuori da lì andiamo verso l’alto o verso il basso. Verso l’alto: ansia, rabbia, agitazione, fretta, bisogno di controllare, impulso ad attaccare. Verso il basso: spegnimento, vuoto, apatia, senso di impotenza, pilota automatico.
I bambini piccoli hanno una finestra strettissima. Basta poco per mandarli fuori asse: fame, rumore, stanchezza, frustrazione, troppa stimolazione, troppo poca regolazione. Ma il punto clinico interessante è un altro: anche i genitori escono continuamente dalla loro finestra. Solo che spesso pretendono da sé stessi di non farlo mai e dai figli di calmarsi mentre loro stessi sono già in piena iperattivazione o completamente svuotati. È il classico momento in cui si dice “stai calmo” con gli occhi fuori dalle orbite e la mandibola serrata. Non molto convincente, ecco.
Per questo la co-regolazione non è una tecnica gentile da usare quando si è di buon umore. È il cuore del lavoro nei primi anni. Un bambino impara a regolare le sue emozioni passando, all’inizio, dalla regolazione offerta da qualcuno. Il tono della voce, il ritmo, il contatto, la postura, il volto, il respiro dell’adulto fanno da prestito al suo sistema nervoso ancora immaturo. Col tempo, questa esperienza ripetuta allarga la sua finestra di tolleranza. In sostanza: prima si calma con te, poi impara un po’ alla volta a calmarsi anche da solo. Ma prima con te. E qui il “con te” conta parecchio.
Il guaio è che per co-regolare un bambino bisogna accorgersi di quando siamo noi a essere fuori finestra. E questa è la parte che manda all’aria molti buoni propositi educativi. Perché magari sappiamo benissimo cosa sarebbe utile fare, ma il nostro corpo è già partito: battito accelerato, fiato corto, rabbia che sale, vuoto che spegne, desiderio di scappare, oppure di zittire tutto subito. È qui che il tema non è più soltanto educativo. Diventa biografico. Perché spesso la soglia con cui reagiamo al pianto, al bisogno, alla dipendenza, alla separazione non dipende solo dal bambino che abbiamo davanti, ma dalla storia che ci portiamo dietro.
Ed è qui che il richiamo al Circolo della Sicurezza torna utilissimo, perché riordina tutto senza infantilizzare nessuno. Nei primi due anni un bambino ha bisogno di una base sicura da cui partire e di un porto sicuro a cui tornare. Non in senso poetico, ma in senso molto pratico: qualcuno che protegga, accolga, aiuti a regolare, si rallegri di lui, lo contenga senza invaderlo. Solo che per fare questo bisogna poter reggere il movimento continuo tra vicinanza e separazione, tra bisogno e esplorazione, tra dipendenza e autonomia nascente. E qui molti genitori non inciampano per mancanza d’amore, ma per eccesso di allarme, di stanchezza o di storia personale irrisolta.
La terapia, dentro questo discorso, non è un accessorio raffinato per chi ama approfondirsi. È spesso lo spazio in cui un genitore può finalmente capire perché il pianto del figlio lo manda nel panico, perché la dipendenza lo soffoca, perché ogni frustrazione del bambino viene letta come un fallimento proprio, perché basta poco per esplodere o spegnersi. È il luogo in cui si lavora sulla propria finestra di tolleranza, sulle memorie di attaccamento, sul corpo, sui trigger, sul senso di colpa, sulla paura di non essere abbastanza. In altre parole: è il posto in cui si smette di combattere solo il sintomo del presente e si inizia a mettere mano al nodo che si riattiva.
Perché il punto, alla fine, non è diventare genitori impeccabili. Quella roba lì resta una fantasia molto ordinata e molto inutile. Il punto è un altro: offrire al bambino abbastanza sicurezza e abbastanza amorevolezza da permettergli di costruire dentro di sé l’idea che il mondo è abitabile, che lui è degno di cura, che la sofferenza si può attraversare e che nelle difficoltà non viene lasciato solo.
Nei primi due anni questo lavoro comincia così. Non con la perfezione. Con la presenza. Non con la risposta giusta ogni volta. Con il ritorno. Non con l’assenza di errori. Con la capacità di riparare.
Ed è un buon inizio.
dott.ssa Barbara Durand

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