Venerdì mattina una classe. Un’aula come mille: sedie, zaini buttati lì, un professore che prova a tenere insieme il programma e le facce stanche. E poi, all’improvviso, qualcosa che non dovrebbe mai entrare in una scuola: un coltello. E con lui una domanda che resta appesa a tutti, anche a chi non era lì: com’è possibile che un ragazzo arrivi a pensare che la soluzione sia una lama?
Di solito, subito dopo, noi adulti facciamo quello che sappiamo fare meglio quando abbiamo paura: cerchiamo una spiegazione veloce, una parola che chiuda il discorso e ci faccia tornare a respirare. “Raptus”. “Disagio”. “Mostro”. “Deviazione”.
Sono parole che funzionano come un sonnifero: ci proteggono dall’idea che, in fondo, quella scena abbia a che fare anche con il modo in cui stiamo crescendo i ragazzi. Con il modo in cui li stiamo lasciando soli, spesso senza cattiveria, semplicemente perché siamo stanchi, perché non sappiamo cosa dire, perché ci sembra di non avere più strumenti.
Eppure, se restiamo un attimo lì,nel punto esatto in cui questa notizia fa male, si vede qualcosa che non è “follia” nel senso cinematografico. È una disperazione emotiva che non trova parole, non trova contenimento, e allora cerca un’uscita. E l’uscita più immediata, quando ti senti impotente, è diventare improvvisamente potente.
Perché il coltello, per un adolescente, non è soltanto un’arma. È un oggetto simbolico. È una promessa ingannevole: “non mi sento più piccolo”. È un amuleto rovesciato: non mi protegge davvero, ma mi fa credere di poter controllare l’umiliazione, la vergogna, la paura di perdere il posto. È un modo brutale per trasformare una domanda (“valgo qualcosa?”) in una risposta spaventosa (“guardatemi adesso”).
E qui entra la prima cosa che dovremmo avere il coraggio di dirci: i ragazzi non cercano il coltello perché sono “cattivi”. Lo cercano quando dentro si sentono senza pelle. Quando la reputazione è tutto. Quando una ferita,vera o immaginata, ma per loro reale, diventa un terremoto identitario. Quando l’idea di essere ridicolizzati o esclusi fa più paura della punizione. Quando non hanno imparato che un’emozione, anche violentissima, può essere attraversata senza far male a qualcuno.
In adolescenza il mondo sociale è un amplificatore. Lo sguardo degli altri pesa come un giudice. E oggi quello sguardo non si spegne: continua nelle chat, nelle storie, nelle foto, nelle battute che girano, nelle micro-umiliazioni che restano lì a ripetersi. L’imbarazzo non passa: si registra. La vergogna non si dissolve: si incolla addosso.
E se non hai parole per raccontarti, se non hai un adulto che sappia reggere quel caos senza minimizzare, ti resta una sensazione: sto per sparire. Sto perdendo valore. Sto perdendo posto.
A quel punto alcune emozioni diventano assolute: gelosia, possesso, rabbia, umiliazione. E succede una cosa terribile: l’altro smette di essere una persona e diventa un ostacolo. Un bersaglio. Qualcuno su cui “riparare” la frattura con un gesto che sembra definitivo. Un gesto che, per un istante, ti fa sentire forte. Peccato che quella forza sia solo violenza.
Quando, dopo tragedie così, si parla di metal detector e pene più severe, capisco il bisogno: è umano voler fare qualcosa di visibile, immediato. È umano cercare un interruttore. Ma dobbiamo dircelo: quelle sono risposte che parlano soprattutto alla paura degli adulti. Intercettano forse un oggetto. Non intercettano il punto.
Perché la prevenzione non comincia dal coltello. Comincia molto prima, e ha una forma che non fa notizia: relazione.
La prevenzione è un ragazzo che, prima di esplodere, ha qualcuno con cui parlare. Non un interrogatorio, non un “dimmi tutto”, non un controllo del telefono. Qualcuno che sappia fare domande che non suonano come una perquisizione dell’anima. Qualcuno che sappia ascoltare senza ridicolizzare. Qualcuno che sappia dire: quello che provi è forte, ma non sei da solo, e non sei autorizzato a trasformarlo in distruzione.
La prevenzione è la possibilità di portare le emozioni dove possono diventare pensiero. Perché le emozioni che non diventano pensiero diventano corpo. E il corpo, quando non trova parole, cerca azione. Cerca sfogo. Cerca “fine”. E la violenza, tragicamente, dà l’illusione di una fine.
E poi c’è una cosa che dovremmo smettere di trattare come un optional “ideologico”: l’educazione sessuo-affettiva.
Non è un capitolo da aggiungere alle superiori quando “ormai è tardi”. È un’educazione alla relazione e ai confini. È insegnare fin dalla scuola dell’infanzia che il corpo è mio, che posso dire no, che l’altro non è una cosa da possedere, che il rifiuto non è una condanna, che la frustrazione non uccide, che la rabbia può essere nominata e attraversata. È imparare che “mi hai ferito” non significa “ti punisco”, e che “sei libero” non significa “sei mio”.
Se questa alfabetizzazione non la facciamo noi, la faranno i copioni della cultura: quelli del dominio, del possesso, della vendetta, della reputazione.
A scuola la prevenzione non è un incontro una tantum dopo la tragedia. È un clima. È un adulto che non umilia. È un professore che sa contenere il conflitto senza trasformarlo in gogna. Sono spazi veri in cui si può parlare di vergogna, gelosia, esclusione, sessualità, identità, senza che tutto venga ridotto a battuta o a moralismo.
Perché la violenza cresce nel silenzio. Nelle parole che non si dicono. Nei segnali che nessuno raccoglie perché “sono solo ragazzi”.
In famiglia la prevenzione è ancora più scomoda, perché chiede tempo e presenza. Chiede di non spegnere tutto subito, di non correre a tappare i buchi con soluzioni rapide, di non usare la paura come guida educativa. Chiede di tenere il limite senza umiliare. Di sostenere il conflitto e poi riparare, perché è lì che un figlio impara una cosa enorme: posso sbagliare, posso arrabbiarmi, posso essere attraversato da emozioni enormi, e non divento cattivo per questo. Ma sono responsabile di ciò che faccio con quello che sento.
Alla fine, forse, la domanda più vera non è: “come facciamo a impedire che entrino coltelli a scuola?”
La domanda è: dove possono andare, oggi, le emozioni dei ragazzi quando fanno troppo male?
Se non costruiamo luoghi in cui gelosia, vergogna, rabbia, senso di esclusione possano essere portati e trasformati, continueranno a cercare scorciatoie distruttive. E noi adulti come siamo messi ad educazione sessuo-affettiva? Come ci stiamo con questi con questi temi? Fingeremo di essere adulti e continueremo a inseguire l’emergenza con strumenti che ci fanno sentire attivi, ma non ci rendono più educanti. Perchè spesso siamo i primi a doverci educare, basta scorrere velocemente tra i commenti su facebook per rendercene conto..
La prevenzione non la faranno i metal detector.
La faranno le relazioni che tengono.
Le famiglie che restano.
Le scuole che non hanno paura delle emozioni.
Gli adulti che smettono di arrivare dopo e iniziano a esserci prima.

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