La Potenza della Volontà: Miti e Realtà nella Crescita Personale

Se ti dicessi che puoi cambiare davvero “solo” con la forza di volontà, probabilmente per un attimo ti sentiresti sollevato. È un’idea comoda, ordinata, quasi virile: stringi i denti, decidi, ti rimetti in carreggiata.

Il punto è che, nella stanza della vita vera, la volontà è un ottimo alleato… ma non è il motore. È più un volante. E se sotto il cofano ci sono sistemi emotivi in allarme, schemi relazionali automatici e motivazioni che si contendono il comando, tu puoi girare il volante finché vuoi: l’auto continuerà a tirare da una parte.

Questo articolo è per te se ti capita di pensare: “So cosa dovrei fare, ma non ci riesco.” E anche per te, collega, se vuoi una cornice chiara e clinicamente utile per leggere quel tipo di impasse che non si sblocca con spiegazioni razionali o consigli ben confezionati.

Il malessere non è un difetto di carattere: è una lente

Quando stai male non stai “vedendo la realtà” e poi scegliendo di reagire male. Spesso la realtà la vedi attraverso una lente costruita nel tempo, soprattutto nelle relazioni significative. Una lente che fa due cose contemporaneamente:

  1. seleziona i segnali (nota alcuni dettagli e ne ignora altri)
  2. li interpreta secondo una previsione già pronta

È qui che nasce la distorsione: non perché tu sia incapace di capire, ma perché il sistema che ti protegge vuole arrivare prima del colpo. Se la tua storia ti ha insegnato che quando ti mostri vieni giudicato, allora il cervello inizia a leggere il mondo con un sottotesto fisso: “attento”. E di colpo un silenzio non è un silenzio: è rifiuto. Un’assenza non è un’assenza: è abbandono. Un feedback non è un feedback: è svalutazione.

La volontà, di fronte a questo, si comporta come un addestratore che prova a calmare un cane terrorizzato con un discorso elegante. Può anche funzionare per trenta secondi. Poi il cane sente un rumore e riparte l’allarme.

Il punto cieco: gli schemi ti “salvano” nel breve e ti incastrano nel lungo

Qui c’è la parte più interessante (e più frustrante): gli schemi non sono lì per rovinarti la vita. Sono lì per salvartela, come potevano, quando avevi meno risorse.

Se dentro di te si accende l’idea “rischio di non contare”, potresti reagire diventando impeccabile, controllando tutto, anticipando i bisogni degli altri, evitando il conflitto, o facendo quello che molti uomini conoscono fin troppo bene: chiudere, trattenere, reggere da solo.

Oppure l’opposto: inseguire segnali, cercare conferme, leggere e rileggere messaggi, interpretare ogni gesto.

Sono strategie di sopravvivenza. Hanno un effetto analgesico immediato: abbassano l’ansia, ti danno la sensazione di riprendere controllo. Ma nel lungo periodo hanno un costo: ti impediscono di fare esperienza di una realtà nuova. E senza esperienza nuova, lo schema non cambia. Al massimo si “zittisce” per un po’, poi torna.

Ecco perché non funziona “capirlo” e basta. Capirlo è utile, ma non sufficiente. Serve qualcosa che tocchi il sistema, non solo la narrazione.

Motivazioni: quando non è amore, è riparazione (e non te ne accorgi)

Ti è mai capitato di sentirti ossessionato da una relazione o da una persona e, se fossi onesto fino in fondo, capire che non era solo desiderio di incontro… ma desiderio di riparazione?

La riparazione è una forma di motivazione potentissima. È quella spinta interna che dice: “Se riesco a riottenere quel legame, allora non ho perso valore.”

E qui l’orgoglio entra in scena: non come vanità, ma come tentativo disperato di rimettere insieme un’identità ferita.

Quando una parte di te si sente responsabile di una perdita, il cervello costruisce un’equazione crudele:

se riconquisto = valgo

se non riconquisto = sono sbagliato / ho fallito / sono stato scartato

In quel momento non stai cercando una persona. Stai cercando di non sentire una ferita. E quella ferita spesso non riguarda l’amore “di adesso”, ma il valore “di sempre”.

È anche per questo che “togliersela dalla testa” non è una semplice decisione. Perché non è un pensiero: è un sistema motivazionale attivato. E quando un sistema è attivo, la mente diventa investigativa, selettiva, perseverante. Cerca prove, appigli, spiragli. Non molla, perché non sta inseguendo l’altro: sta inseguendo il tuo posto nel mondo.

Dove entra la TMI: schemi, stati del Sé e sistemi motivazionali

Nel modello TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale) leggiamo questi fenomeni con tre lenti che, insieme, diventano molto pratiche.

La prima lente è quella degli schemi interpersonali: sequenze ripetitive in cui si intrecciano aspettative su di te e sugli altri. Non sono solo “pensieri”, sono copioni: cosa ti aspetti che l’altro faccia, cosa temi, cosa fai tu per proteggerti, e come questa mossa finisce per confermare la previsione iniziale.

La seconda lente riguarda gli stati del Sé: non sei sempre “tu” nello stesso modo. Ci sono condizioni interne in cui sei più lucido, più capace di mentalizzare; e condizioni in cui una parte prende il volante: la parte che si vergogna, quella che si sente in difetto, quella che deve dimostrare, quella che si ritira. In quegli stati, la realtà si stringe e diventa più assoluta.

La terza lente è quella dei sistemi motivazionali: dentro di te convivono spinte diverse (attaccamento, rango/valore, autonomia-esplorazione, accudimento, cooperazione…). Il problema non è avere queste motivazioni: è quando una diventa dominante perché si attiva una minaccia. Molti uomini, quando si attiva il tema del valore, entrano in una modalità “rango”: dimostrare, recuperare, non perdere la faccia, non essere “meno”. E da lì ogni cosa viene letta come gara, giudizio, sconfitta o riscatto.

Questa cornice, per il paziente, è liberante: non ti riduce a “sei fatto così”. Ti dice: “in quello stato, con quella motivazione accesa, fai quelle mosse.” E se capisci il meccanismo, puoi imparare a riconoscerlo prima che ti trascini.

Per noi clinici è altrettanto utile: perché sposta l’intervento dal contenuto (“non pensarci”, “lasciala andare”) al processo (“cosa si è attivato, cosa stai proteggendo, cosa temi di perdere di te, quale bisogno sta bussando?”).

Perché la relazione terapeutica cambia ciò che la volontà non può cambiare

A questo punto arriva la domanda vera: perché proprio la terapia? Perché non un libro, un podcast, un periodo in palestra, un viaggio?

Tutte queste cose possono aiutare, e spesso le incoraggio. Ma se il nodo è relazionale e procedurale, la trasformazione richiede un contesto relazionale in cui:

  1. lo schema diventa visibile mentre accade Non “a posteriori”, quando ormai hai fatto, detto, rovinato, inseguito o sparito. In terapia lo riconosci in tempo reale: nel modo in cui racconti, nel modo in cui mi guardi, in come anticipi il giudizio, in come ti scusi, in come minimizzi, in come ti irrigidisci.
  2. puoi differenziare emozione e realtà “Mi sento rifiutato” non è la stessa cosa di “sono rifiutato”. Questa differenza non si impara con un mantra, si impara facendo esperienza ripetuta di qualcuno che regge quel passaggio insieme a te, senza umiliarti e senza salvarti.
  3. si costruisce metacognizione La metacognizione non è “capire” e basta: è sapere cosa sta succedendo nella tua mente, riconoscere stati interni, intenzioni, bisogni, e avere più opzioni comportamentali. È la libertà di non essere sempre lo stesso uomo quando stai male.
  4. si lavora sul valore senza usare l’altro come tribunale Il passaggio decisivo, quando c’è di mezzo orgoglio e riparazione, è questo: smettere di delegare il tuo valore all’esito di una relazione. In terapia impari a reggere la perdita senza trasformarla in un verdetto su di te. È un lavoro profondamente maschile, nel senso migliore: non “resistere”, ma integrare. Non “dimostrare”, ma abitare.

Una domanda che spesso apre lo spazio giusto

Te la lascio qui, perché è una di quelle che non suonano bene come slogan, ma funzionano come chiave.

Quando ti ritrovi incastrato in un pensiero fisso o in una rincorsa, prova a chiederti:

“Sto cercando una persona… o sto cercando di riparare una parte di me?”

Non serve rispondere bene. Serve rispondere onestamente.

Se ti va di lavorarci, in terapia non si tratta di convincerti a mollare o a inseguire. Si tratta di aiutarti a vedere cosa ti sta guidando, quale schema si è attivato, quale motivazione sta prendendo il comando, e costruire insieme un modo diverso di stare nelle relazioni: più libero, più stabile, più tuo.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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