C’è un tipo di relazione che non entra in punta di piedi: irrompe. Ti prende lo stomaco, ti accelera il cuore, ti fa sentire finalmente “vist*”. Poi, con la stessa velocità, ti lascia in apnea: un messaggio letto e non risposto diventa un vuoto ingestibile, una distanza normale sembra un abbandono. È qui che spesso compare il tema dei legami traumatici (trauma bonding): non tanto un amore “sbagliato”, quanto un legame in cui due sistemi nervosi si agganciano perché si riconoscono… nella stessa dis-regolazione. Attenzione non si parla di amori tossici, narcicosi ma di relazioni che nascono sotto il segno del bisogno di regolazione, come una sostanza
Detto in modo semplice: non sempre ci sentiamo vicini perché siamo davvero in intimità. A volte ci sentiamo vicini perché insieme riusciamo a reggere un’allerta interna che da soli fa paura.
Condividere dolore non è la stessa cosa che legame traumatico
Questo va chiarito subito, perché online si fa presto a etichettare tutto. Condividere dolore può essere profondamente umano e persino terapeutico: la sofferenza condivisa può creare empatia vera, abbassare difese, far sentire finalmente con un posto nel mondo in cui so-stare. In alcune relazioni quel “ti capisco” diventa un luogo caldo, che sostiene, radica, dà respiro. E non c’è nulla di patologico in questo.
La differenza si sente nel funzionamento del legame, non nell’intensità del racconto. Quando la condivisione del dolore è sana, la vicinanza non ha bisogno della crisi per esistere. La relazione resta viva anche nei giorni ordinari, lascia spazio, permette riparazione dopo i conflitti, non trasforma la distanza in una minaccia. Quando invece si scivola nel (non trovo un modo decente per definirlo”!!), la relazione tende a reggersi su un’alternanza precisa: attivazione, urgenza, riavvicinamento, sollievo. E a forza di ripetere quel ciclo, il corpo impara che “stare male insieme” è una forma di contatto.
Il trauma non elaborato non cambia solo i pensieri: cambia il radar interno
Molte persone, quando descrivono un legame traumatico, dicono una frase che suona come una condanna: “Lo so che non mi fa bene, ma non riesco”. Il punto è che spesso non è un problema di logica. È un problema di neurocezione: quel radar implicito con cui il sistema nervoso valuta sicurezza e pericolo, ancora prima che la mente costruisca spiegazioni.
Quando nella nostra storia c’è stato trauma relazionale, trascuratezza, imprevedibilità, inversione di ruoli, o semplicemente un clima affettivo instabile, il corpo può imparare una cosa scomoda: la familiarità assomiglia alla sicurezza. Così l’attivazione diventa “chimica”, l’ansia diventa “passione”, la precarietà diventa “destino”. Non perché tu sia ingenu*, ma perché il sistema nervoso riconosce qualcosa di antico e lo scambia per casa.
E qui una distinzione che vale come un faro: l’intensità non è intimità. L’attivazione familiare non è sicurezza.
“Ciò che sembra chimica, a volte è familiarità”
Uno degli aspetti più subdoli del legame traumatico è la sua estetica emotiva: tutto appare potente, urgente, inevitabile. Si ha la sensazione di “meant to be”, come se la relazione fosse necessaria, non scelta. E spesso è proprio questa necessità a confondere: se mi sembra così fondamentale, allora deve essere amore.
In realtà può essere il corpo che sta rispondendo, anche quando la mente è incerta. Due sistemi nervosi possono trovare l’uno nell’altro un sollievo immediato non perché siano compatibili, ma perché sono organizzati intorno a ferite simili. E quando il sollievo dipende dalla presenza dell’altro, la distanza diventa pericolosa: non solo triste, proprio allarmante.
IFS: quando la relazione diventa un modo per non sentire alcune parti
A me piace molto adottare l’ottica dell’Internal Family Systems (IFS), è una lente gentile e precisa, perché sposta l’attenzione dal giudizio al funzionamento interno. In un legame traumatico raramente “sei tu e basta”. Di solito è un piccolo condominio emotivo che si attiva.
C’è spesso una parte manager, quella che prova a tenere tutto sotto controllo: analizza, anticipa, interpreta, si impone dignità e autocontrollo. È la parte che dice “non scrivere”, “non mostrarti bisognos*”, “stai attent*”. Sembra fredda, ma di solito sta proteggendo una vulnerabilità.
Poi arriva la parte firefighter, quella che non ragiona: spegne l’incendio. Scrive di getto, cerca conferme, rincorre, minaccia di chiudere, riapre la porta, fa scenate, si anestetizza, si aggrappa al contatto in qualunque forma. Non è follia: è una strategia di sopravvivenza quando il sistema entra in allarme.
E sotto, quasi sempre, ci sono gli esiliati: le parti più giovani, cariche di paura dell’abbandono, vergogna, senso di non valere, bisogno disperato di essere scelte. In un legame traumatico l’altra persona diventa il modo più rapido per non sentire quel dolore antico. Non perché tu voglia “usare” qualcuno, ma perché il tuo sistema ha imparato che senza un appiglio la caduta fa troppo male.
Quando questa dinamica si stabilizza, la relazione può diventare un regolatore esterno: non la scelgo per chi è, la scelgo perché mi fa respirare (o perché senza di lei/lui non respiro). E paradossalmente può sembrare impossibile immaginarsi ok senza l’altr*, anche quando stare con l’altro fa male.
Un indizio clinico che spesso non mente: la relazione funziona anche quando va tutto bene?
Nel legame traumatico la calma può diventare sospetta. Il silenzio sembra distanza. Un “tutto tranquillo” suona come “sta per finire”. È come se il sistema nervoso avesse bisogno di una certa dose di attivazione per sentirsi vivo e connesso. E allora succede una cosa crudele: la sicurezza può sembrare noiosa, mentre il caos sembra profondità.
Quando la guarigione comincia, questa bussola si ricalibra. Il caos perde presa. La calma smette di sembrare vuota. La sicurezza inizia ad assomigliare alla connessione. Non è “perdere intensità”: è il sistema nervoso che impara un’altra lingua.
Entrambe le cose possono essere vere
C’è una frase che trovo liberatoria, soprattutto per chi si colpevolizza: questo non significa che la connessione fosse falsa. Cura e attaccamento possono essere reali. La chimica può essere reale. Ma la relazione può aver portato un carico di regolazione del sistema nervoso che non era destinata a portare.
Tenere insieme queste due verità è spesso il primo passo per uscire dall’incastro senza distruggerti: non devi trasformare la storia in una bugia per poterne prendere le distanze. Puoi riconoscere ciò che c’era, e insieme vedere ciò che ti teneva agganciat*.
Un piccolo passaggio IFS per quando senti l’urgenza addosso
Quando l’urgenza prende la scena, l’obiettivo non è “resistere con i denti” o farti la predica. L’obiettivo è creare un millimetro di spazio tra te e la parte che sta guidando.
Puoi provare così: “C’è una parte di me che ha paura”. Non “io ho paura”, proprio “una parte”. Poi aggiungi una domanda semplice e non aggressiva: “Di che cosa stai cercando di proteggermi, in questo momento?”. Spesso, solo nominare la funzione abbassa il volume. E se riesci a restare un attimo in quella qualità di curiosità calma, stai già facendo Self-leadership: non stai negando il bisogno, stai evitando che il bisogno ti governi.
Da lì, il lavoro diventa più profondo e molto concreto: capire quali ferite rendono la distanza così minacciosa, quali segnali scatenano l’allarme, e come costruire regolazione interna che non dipenda dall’altalena relazionale.
In stanza di terapia ci alleniamo….

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