C’è una frase che torna spesso, quando parlo del mio lavoro: “Lo psicoterapeuta non è uno che sta bene. È uno che ci sta”.
E quando lo dico, intendo una cosa molto concreta: anche noi facciamo terapia. Anche noi ci sediamo su quella sedia, dall’altra parte. Anche noi abbiamo una storia che non si è “chiusa” con un fiocco, ma che continua a chiederci attenzione, verità, manutenzione.
Io, nello specifico, sono alla mia quarta psicoterapia.
E no, non è un fallimento. Non è una ricaduta. Non è “non mi è servita”. È la conseguenza naturale di una convinzione che mi accompagna da anni: ognuno può portare qualcuno solo fin dove è stato. E spesso, per noi terapeuti, quel “dove” si allarga mentre lavoriamo.
Perché le vite dei pazienti non passano accanto: attraversano. E attraversandoci, fanno rumore.
Non sempre in modo drammatico. A volte è un rumore sottile: una parola che resta addosso, una scena che ti torna in mente mentre lavi i piatti, un nodo allo stomaco che non c’era, una stanchezza diversa da quella “normale”. Oppure il contrario: un’euforia, un’onnipotenza gentile che ti sussurra “stavolta ho capito tutto”. E anche quella, spesso, è un segnale.
Nel nostro mestiere succede questo: le storie dei pazienti aprono cassette. Non solo le loro. Anche le nostre.
Cassette antiche, che pensavamo archiviate. Cassette nuove, che non sapevamo neppure di avere. Domande che credevamo risolte e che invece tornano, non perché non siamo “bravi”, ma perché la vita cambia e chiede nuove risposte. E il nostro lavoro, essendo un lavoro di relazione, ha una particolarità: non possiamo far finta di non sentire.
A volte basta l’intervisione. Il confronto tra colleghi è una forma di igiene mentale, di realtà condivisa: qualcuno che ti aiuta a rimettere a fuoco, a distinguere ciò che appartiene al paziente da ciò che si è agganciato alla tua storia, a vedere quello che da soli—anche con tutta la buona teoria del mondo—non si vede.
Altre volte serve la supervisione. Perché ci sono casi che chiedono più struttura, più sguardi, più esperienza. Casi che ti fanno tremare le mani non perché tu sia fragile, ma perché sei umano e stai maneggiando qualcosa di importante. La supervisione non è un tutoraggio da “principianti”: è un atto di responsabilità. È dirsi: questa persona merita che io non mi affidi solo al mio intuito.
E poi ci sono momenti in cui, semplicemente, la vita fa la vita. Si rompe qualcosa, si perde qualcuno, cambia un equilibrio, si apre una fase nuova. E ti accorgi che non ti basta parlarne con un collega. Non ti basta studiare. Non ti basta “regolare” il lavoro.
Serve che tu torni a fare quel viaggio.
Terapia, allora, non come riparazione di un guasto, ma come cura del mezzo con cui lavori: te.
Qui c’è un punto che mi sta molto a cuore, perché è uno degli equivoci più tossici sul nostro mestiere: l’idea che la terapia renda “a posto”. Che la terapia trasformi in persone complete, serene, sempre centratesu, sempre capaci, sempre con la risposta giusta e la faccia giusta al momento giusto.
No.
Il segno della terapia non è diventare impeccabili. È diventare capaci.
Capaci di tollerare emozioni difficili senza anestetizzarle. Capaci di stare nella vergogna senza scappare. Capaci di sentire paura senza trasformarla subito in controllo. Capaci di reggere la tristezza senza far finta che non esista. Capaci di attraversare la rabbia senza usarla come arma o senza ingoiarla come veleno.
Capaci di vivere pienamente, anche quando fa male.
E qui arriva l’altra cosa che spesso non si dice abbastanza: la vita senza dolore non esiste. La vita “pulita”, liscia, senza perdita, senza ferite, senza inciampi, è un’idea pubblicitaria. Non una possibilità umana.
Quindi non è il dolore che dobbiamo sfidare, come se fosse una malattia da estirpare. È il nostro modo di stare nel dolore. È il modo in cui lo attraversiamo, lo nominiamo, lo regoliamo, lo condividiamo. È lì che succede il lavoro.
E noi terapeuti, in questo, non siamo immuni. Siamo spesso vittime, spesso fallaci, spesso finiti. Anzi: proprio perché incontriamo tanto dolore, dobbiamo essere ancora più vigili su come ci muoviamo dentro il nostro.
Il lavoro terapeutico non è solo “capire”. È conoscere i propri schemi: quei modi automatici con cui ci proteggiamo da ciò che fa male. È riconoscere quando scatta l’urgenza di salvare, di risolvere, di compiacere, di distaccarsi, di essere perfetti. È accorgersi del proprio copione in tempo reale, mentre la relazione accade.
E poi, quando serve, è tornare all’origine: non per trovare colpevoli, ma per capire perché quel copione è nato. Perché, a un certo punto della vita, è stato utile. E perché oggi magari non lo è più.
Ma c’è qualcosa ancora più profondo degli schemi, e qui arrivo al cuore della mia idea.
Al di là degli schemi, ciò che cura è la relazione di sicurezza.
Non “la relazione simpatica”. Non “la relazione perfetta”. La relazione che regge. La relazione che può contenere il vero. La relazione in cui puoi portare la parte che non ti piace e non vieni buttato fuori. La relazione in cui puoi dire “non ce la faccio” e non perdi valore.
E per poter costruire una relazione così per gli altri, devi averla incontrata. Devi averla sperimentata. Devi sapere com’è dall’interno.
Ecco perché, per molti terapeuti, la terapia personale sembra non finire mai: perché non finisce mai il lavoro di rimanere capaci di relazione. Perché non finisce mai la vita. Perché noi cambiamo. Perché cambiano i pazienti che incontriamo. Perché cambiano le ferite che la vita riapre e le risorse che scopriamo.
E perché, se vogliamo dirla fino in fondo, il nostro strumento di lavoro siamo noi. E uno strumento vivo ha bisogno di cura.
Quindi sì: io sono alla mia quarta psicoterapia. E per me questo non dice “non sono a posto”. Dice “non mi sono anestetizzata”. Dice “non ho deciso che, siccome faccio la terapeuta, devo smettere di essere umana”. Dice “continuo a praticare quello che propongo”.
Perché è da lì che posso accompagnare: da un posto che conosco davvero. Non perfetto. Vero.
E forse è anche questo che, a volte, sentono i pazienti: non l’assenza di crepe, ma la disponibilità a stare con le crepe. Senza scappare. Senza fingere. Senza trasformare la vita in una prestazione.
Che poi, se ci pensi, è già tantissimo

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