Cute Aggression: Il Paradosso della Tenerezza

C’è una frase che molte persone dicono senza pensarci troppo: “È così carino che lo stritolerei.” La si dice davanti a un neonato, a un cucciolo, a un gattino con le zampette sproporzionate. Ma la versione adulta, più “da coppia”, esce spesso con la stessa naturalezza: “Ti mangio”, e poi arriva quel morsetto leggero sulla spalla o quel pizzicotto affettuoso che non ha niente di aggressivo, ma somiglia all’aggressività. In psicologia questo paradosso ha un nome: cute aggression, una risposta in cui un’ondata di tenerezza si accompagna a un impulso “ruvido” (stringere, mordicchiare, pizzicare) senza intenzione di fare male. 

La cosa interessante è che non è un bug della personalità: è più simile a un “circuit breaker” emotivo, un piccolo interruttore di sicurezza che si attiva quando la positività è così intensa da diventare quasi ingestibile. E sì: detta così suona buffa, ma i dati ci sono.

Un’emozione che fa due cose insieme: cura e “troppo”

Lo studio che ha messo ordine in questo fenomeno parla di espressioni dimorfe: emozioni positive che si esprimono con un comportamento che sembra di segno opposto. Aragón e colleghi hanno mostrato che le risposte “aggressive” davanti a stimoli carini sono legate in modo specifico alla sensazione di essere sopraffatti dalla tenerezza, più che alla sola voglia di prendersi cura. È come se il corpo dicesse: “Mi piace tantissimo, quindi mi regolo.” 

Questa cornice è preziosa soprattutto per i genitori: perché toglie di mezzo il sospetto morale (“oddio, cosa mi passa per la testa?”) e lo sostituisce con una lettura più utile (“sto vivendo un picco emotivo e il mio sistema nervoso sta cercando di modularlo”).

Cosa succede nel cervello quando qualcosa è “troppo carino”

Per capire la cute aggression conviene guardare due binari che corrono paralleli.

Il primo binario è quello della ricompensa e dell’avvicinamento: la “carineria” non è neutra, è un magnete motivazionale. Il cosiddetto baby schema (occhi grandi, volto tondeggiante, tratti infantili) attiva circuiti del reward. Uno studio fMRI ha mostrato che aumentando il baby schema nei volti di neonati aumenta l’attivazione di aree come il nucleus accumbens e altre regioni del sistema mesocorticolimbico, coinvolte in motivazione e ricompensa. 

Il secondo binario è quello della salienza emotiva e della regolazione: non è solo “mi piace”, è “mi prende tutto”. Qui entrano i meccanismi che gestiscono l’intensità.

Uno studio EEG di Stavropoulos e colleghi ha collegato la cute aggression a segnali neurali legati sia al reward sia alla salienza emotiva. In particolare, le persone che mostravano una risposta più marcata a livello di reward (misurata con un indice elettrofisiologico) tendevano a riportare più “overwhelm” e, attraverso questo, più cute aggression. Tradotto: quando il cervello registra “premio!” e l’emozione sale troppo, compaiono quei gesti paradossi come valvola regolativa. 

Neurochimica ed endocrino: dopamina, ossitocina, oppioidi (e la faccenda stress)

Quando si parla di tenerezza e attaccamento, viene spontaneo evocare l’ossitocina come fosse l’unica protagonista. In realtà la storia è più corale.

La dopamina entra in gioco ogni volta che qualcosa diventa altamente motivante, desiderabile, “da inseguire”. Nelle neuroscienze dell’amore romantico, studi fMRI hanno mostrato che vedere la persona amata attiva aree ricche di dopamina come il ventral tegmental area (VTA) e il caudato, parte del circuito di reward e motivazione. Non è la stessa cosa della cute aggression, ma è lo stesso “linguaggio” cerebrale: avvicinamento, focus, spinta. 

L’ossitocina e gli oppioidi endogeni sono spesso chiamati in causa per la dimensione del legame: contatto, fiducia, calma sociale, senso di appartenenza. Le review su ossitocina e bonding sottolineano che i suoi effetti dipendono molto dal contesto (non è una pozione magica sempre “buona”), ma che può intrecciarsi con stress regulation e sensibilità agli stimoli sociali. 

E non agisce da sola: c’è una letteratura crescente sulle interazioni ossitocina–dopamina (e anche con i sistemi oppioidi) nel sostenere comportamenti affiliativi e legami di coppia. 

Poi c’è la parte che spesso sorprende: lo stress. L’amore e la tenerezza non sono “solo relax”. Nelle fasi iniziali dell’innamoramento, alcuni lavori descrivono cambiamenti fisiologici che possono somigliare a uno stato di attivazione: in certe cornici si osservano aumenti di cortisolo, interpretati come componente di arousal/novità e ipervigilanza verso un legame appena nato. 

Altri studi, al contrario, mostrano che nelle coppie in fase molto precoce possono comparire indici di attenuazione della produzione quotidiana di cortisolo, soprattutto quando la relazione è vissuta come reciproca e di supporto. Questo non è un controsenso: dice che la fisiologia non risponde “all’amore” in astratto, ma a come quel legame viene percepito dal sistema nervoso (novità eccitante vs base sicura che regola). 

In questo quadro la cute aggression ha senso: è un segnale di “troppa intensità”, non di cattiveria. È un modo, imperfetto ma spesso efficace, di rimanere funzionali quando l’onda emotiva è alta.

Bambini: la tenerezza che ingaggia l’istinto di cura (e va tradotta in gesto sicuro)

Con i bambini la posta in gioco è concreta: l’adulto è potente, il bambino è delicato. La cute aggression, quando compare, va letta come un picco di coinvolgimento. Il baby schema accende il reward e la motivazione alla cura; se l’emozione supera la soglia, il corpo propone una “soluzione” che somiglia a una pressa affettuosa.

La parte più utile non è “non provarlo”, ma “come lo trasformo”. Spesso basta un micro-passaggio di regolazione: rallentare l’espirazione, sciogliere le spalle, passare da una presa stretta a un contatto ampio e morbido, verbalizzare con dolcezza quello che sta succedendo (“sei così tenero che mi viene da stringerti forte, allora faccio un abbraccio leggero”). È una piccola lezione di autocontrollo emotivo incarnato.

Animali: la stessa dinamica, con un ingrediente in più (lo sguardo che lega)

Con i cuccioli succede tutto in fretta: carineria, avvicinamento, desiderio di contatto. E qui c’è un dato bellissimo e molto concreto: nel legame umano–cane, lo sguardo può attivare un “loop” ossitocinico. Uno studio su Science ha mostrato che il gaze del cane incrementa l’ossitocina urinaria nei proprietari e facilita comportamenti affiliativi; e che somministrare ossitocina ai cani aumenta il gaze, amplificando il ciclo. 

Questo spiega perché a volte la cute aggression con gli animali sembra quasi giocosa e immediata: è una danza neurobiologica di vicinanza. Anche qui la regola è la stessa: tradurre l’impulso in contatto rispettoso dei segnali dell’animale. Alcuni adorano l’abbraccio, altri lo tollerano e basta. La tenerezza migliore è quella che lascia l’altro libero di restare.

Coppia amorosa: “ti mangio” non è solo una battuta, è un codice

Nella coppia, la cute aggression cambia vestito: diventa gioco, erotismo lieve, linguaggio privato. Il cervello riconosce la persona amata come stimolo altamente saliente e ricompensante; gli studi fMRI sull’amore romantico mostrano attivazioni in aree dopaminergiche legate a motivazione e reward quando si vede o si pensa al partner. 

Il contatto fisico, la reciprocità e l’intimità si intrecciano con sistemi neuroendocrini coinvolti nel bonding (ossitocina, vasopressina, oppioidi endogeni) e con la regolazione dello stress: una relazione che funziona come base sicura tende a modulare l’asse dello stress, anche se le fasi iniziali possono essere più “elettriche” e ambivalenti

Qui, più che altrove, c’è una parola decisiva: consenso. Il morsetto leggero può essere tenerezza e complicità, oppure invasione. La differenza non la fa l’ossitocina: la fa la capacità di leggere l’altro, fermarsi, ridere insieme, riparare se si è esagerato.

Quando è un fenomeno normale e quando merita ascolto clinico

La cute aggression “tipica” è leggera, controllabile, spesso accompagnata da simpatia e affetto. Diventa un campanello quando l’impulso è intrusivo, spaventa chi lo prova, è difficile da modulare o porta a comportamenti che oltrepassano i limiti dell’altro (bambino, animale, partner). In quel caso non è più una curiosità affettiva: è un segnale del sistema nervoso che sta faticando a gestire intensità, controllo degli impulsi o stress, e vale la pena comprenderlo con precisione.

Resta comunque un messaggio interessante, quasi tenero anche lui: “mi importa così tanto che mi attivo troppo”. A volte il lavoro non è spegnere l’emozione, ma renderla abitabile.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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