Algofobia Genitoriale: Rischi e Soluzioni

Il dolore che insegna: crescere figli in una società che fugge la sofferenza

Viviamo in un tempo in cui il dolore è diventato un errore da correggere.

Un’influenza da curare, una tristezza da distrarre, una fatica da ottimizzare.

Byung-Chul Han lo chiama società palliativa: un mondo che ha bandito la sofferenza, trasformando il benessere in un dovere e la felicità in una prestazione.

Eppure, il dolore è ciò che ci ricorda di essere vivi.

È ciò che ci mette in contatto con i nostri limiti, con la perdita, con l’amore. È il segno che qualcosa — o qualcuno — conta davvero.

L’algofobia dei genitori moderni

Nell’educazione dei figli, questa paura del dolore si traduce in un atteggiamento iperprotettivo.

Evitiamo che si annoino, che falliscano, che si sentano soli o frustrati. Li accompagniamo in ogni difficoltà, spesso prima ancora che la sentano.

Lo facciamo per amore, ma anche per paura: la paura di vederli soffrire, la paura di sentirci impotenti.

Ma se non lasciamo che sperimentino anche il disagio, come impareranno a riconoscere e regolare le proprie emozioni?

Come potranno sentire la gratitudine, la gioia, la fiducia — che nascono solo dal confronto con la perdita, la fatica, l’attesa?

Han ci ricorda che il dolore non è il contrario della vita, ma la sua profondità.

È la traccia che ci ancora alla realtà, che ci rende capaci di sentire.

Il dolore come linguaggio

Nella relazione genitore-figlio, il dolore non è un nemico da evitare.

È una voce da ascoltare.

Può essere la rabbia di un adolescente che si chiude in camera, o la tristezza di un bambino che perde un amico.

In quei momenti, la tentazione è intervenire subito: spiegare, rassicurare, “aggiustare”.

Ma il compito del genitore non è eliminare il dolore, è stare accanto.

Rendere quel dolore narrabile, pensabile, condiviso.

Solo così diventa esperienza, conoscenza, crescita.

Come scrive Han, abbiamo bisogno di “restituire senso” al dolore, di ridargli un posto nella trama della nostra vita.

Perché solo il dolore che trova parole smette di essere un peso muto e diventa racconto, e dunque guarigione.

Dalle red flag al rischio di non sentire più nulla

Oggi, persino sui social, si è diffusa l’abitudine di mettere red flag, avvisi di “trigger”, segnalazioni di contenuti “sensibili” ogni volta che si parla di lutto, tristezza, malattia o semplicemente di vulnerabilità.

Una forma di attenzione, certo, ma anche il riflesso di una cultura che ci vuole protetti da tutto ciò che punge.

La conseguenza?

Che il dolore smette di essere un’esperienza da abitare e diventa qualcosa da cui difendersi.

Eppure, è proprio il contatto con la sofferenza — la nostra e quella altrui — che ci umanizza.

Se ci abituiamo a evitare ogni parola che tocca la ferita, come insegneremo ai figli a restare in contatto con la propria?

Se censuriamo la tristezza, la rabbia, la paura, non mostriamo sicurezza: mostriamo fragilità travestita da controllo.

Un adulto maturo non è chi non soffre, ma chi sa attraversare la sofferenza senza soccombere.

Solo chi ha abitato il proprio dolore può trasmettere ai figli l’idea che la sofferenza non è una catastrofe, ma un’esperienza della vita — una tra le tante, e non la più temibile.

Educare alla resilienza o alla presenza?

Abbiamo trasformato la parola “resilienza” in un imperativo: resisti, rialzati, non farti abbattere.

Ma in questo modo rischiamo di insegnare ai figli che il dolore va superato in fretta, che la vulnerabilità è una perdita di tempo.

Forse è il momento di tornare a un’altra parola: presenza.

Restare, anche quando fa male.

Stare accanto, invece di saltare subito oltre.

Non tutto si risolve: alcune ferite si attraversano, e da lì in poi si guarda la vita con occhi nuovi.

L’illusione dei figli sempre felici

C’è poi un altro aspetto, sottile ma profondo.

Oggi, investire sulla genitorialità — formarsi, leggere, impegnarsi, farsi domande — può portare a un rischio nuovo: quello di voler “fare tutto bene”.

E nel desiderio di essere genitori consapevoli, affettuosi e presenti, finiamo per volere figli sempre felici.

Non tolleriamo più la loro tristezza, le loro delusioni, i loro dolori.

Ogni lacrima ci appare come una sconfitta personale, un fallimento educativo, quasi una restituzione mancata rispetto ai nostri sforzi.

Ma questa è una forma sottile di algofobia genitoriale: l’incapacità di accettare che la sofferenza faccia parte della vita, anche — e soprattutto — di quella dei nostri figli.

Volerli sempre felici non è solo impossibile: è ingiusto.

Perché li priva dell’occasione più umana che ci sia, quella di scoprire che si può cadere e rialzarsi, perdersi e ritrovarsi, soffrire e poi tornare a sorridere.

E soprattutto, che non serve essere sempre felici per sentirsi amati.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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