Ogni anno più di 700.000 persone nel mondo muoiono per suicidio. Solo in Italia si contano circa 4.000 casi: numeri che ci ricordano come il suicidio non sia un evento raro, ma una realtà dolorosa e ancora troppo silenziata.
Ho partecipato in questi giorni al Simposio Internazionale di Suicidologia presso l’Università La Sapienza di Roma, un appuntamento che da vent’anni raccoglie studiosi, clinici e operatori impegnati nella prevenzione. Da questa esperienza torno con molte riflessioni che desidero condividere con chi mi segue – genitori, ragazzi, adulti – perché credo che parlare apertamente di questi temi sia il primo passo per spezzare il tabù che spesso ci isola.
Perché cambiare la narrativa sul suicidio
Uno dei messaggi più forti emersi dal simposio è la necessità di cambiare la prospettiva: il suicidio non può essere ridotto a una “malattia mentale” o a un “problema individuale”. È piuttosto il risultato di un intreccio complesso di fattori: temperamento, esperienze di vita, traumi, difficoltà relazionali, mancanza di sostegno.
In altre parole, dietro un gesto suicidario non c’è mai “un capriccio” o “una debolezza”, ma un dolore mentale insopportabile, spesso alimentato da bisogni fondamentali frustrati: bisogno di amore, di appartenenza, di sentirsi riconosciuti e al sicuro.
Speranza e disperazione: due facce della stessa medaglia
Un concetto che mi ha colpita è quello di hopelessness, introdotto già negli anni Sessanta dallo psichiatra Tellenbach. La speranza, diceva, è un elemento basale della vita umana: ci permette di pensare il futuro come aperto, di immaginare possibilità. Quando questa dimensione si spegne, la coscienza del “non più” prende il sopravvento e il futuro appare bloccato, immobile, senza vie d’uscita. È qui che la disperazione può farsi devastante.
Non solo depressione: quando la fragilità incontra l’impulsività
Un altro punto discusso è che non sempre il suicidio nasce da una depressione profonda e cronica. Esistono forme di depressione associate a tratti impulsivi di personalità, in cui prevalgono rigidità di pensiero, difficoltà a immaginare scenari positivi e una bassa capacità di problem solving. In questi casi, la combinazione di dolore mentale + impulsività + assenza di autocontrollo può portare a gesti improvvisi e non pianificati.
Un tema che riguarda tutti
Il suicidio non è un tema che riguarda solo clinici o pazienti. È un tema sociale, comunitario. Cambiare la narrativa significa imparare a riconoscere la sofferenza nelle persone intorno a noi, imparare a parlare di emozioni difficili senza paura, creare reti di sostegno che permettano di non sentirsi soli.
Per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha istituito il 10 settembre come Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, con lo slogan Changing the narrative on suicide. Non si tratta di un atto simbolico, ma di un invito a tutti noi: portare luce dove c’è buio, vicinanza dove c’è isolamento, ascolto dove c’è silenzio.
Questo articolo è solo l’inizio: nei prossimi giorni condividerò altre riflessioni emerse dal simposio, per offrire strumenti concreti di comprensione e prevenzione. Parlare di suicidio non significa evocarlo: significa creare le parole e lo spazio per affrontarlo
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