Quando l’attaccamento diventa trauma e ci segue nella genitorialità
Crescere dovrebbe essere un’esperienza piena di mani che tengono, sguardi che rassicurano, parole che guidano. Ma per molti bambini — più di quanti immaginiamo — il legame che dovrebbe offrire protezione è anche quello che ferisce. E no, non parliamo solo di abusi espliciti, ma di tante, troppe forme sottili di trascuratezza emotiva, di sintonie mancate, di paure non accolte.
È in questo scenario che nasce il trauma dell’attaccamento. Quel tipo di ferita che non arriva all’improvviso, come un fulmine, ma che si costruisce giorno dopo giorno in relazioni disorientanti, a volte ambigue, spesso segnate da un paradosso: chi dovrebbe proteggermi è anche chi mi fa male.
Quando il pericolo
è
la base sicura
Nei primi anni di vita, il cervello umano è affamato di connessione. L’attaccamento non è un optional, è il software di base con cui interpretiamo il mondo. Ma se il genitore — per fragilità, per storia personale, per depressione, per stress — non riesce a fornire un’accoglienza emotiva coerente, il bambino va in tilt.
Si attiva il sistema di allarme. Ma il bambino non può scappare, non può combattere. Quindi? Si divide. Frammenta l’esperienza per sopravvivere: ecco la dissociazione.
E così, da adulti, possiamo ritrovarci a vivere emozioni che non comprendiamo, a reagire in modo spropositato o, al contrario, a sentirci staccati da tutto. “Come se fossi dentro un sogno”, raccontano in terapia. “Mi vedo da fuori, non mi riconosco.” Non è follia. È il modo in cui la mente ha cercato di salvarsi, quando era troppo piccolo per fare altro.
Parti di noi, bloccate nel tempo
Chi ha vissuto traumi precoci può trovarsi a convivere con delle “parti” interne che non hanno mai smesso di vivere lì, nel momento in cui è accaduto “quel qualcosa”. La parte bambina spaventata. La parte che si vergogna. La parte che non si fida di nessuno.
Queste parti non sono patologiche. Sono sopravvivenza pura. Ma senza un lavoro terapeutico che ne riconosca la presenza e ne accolga la voce, rischiano di prendere il timone della nostra vita adulta, mandandoci in crisi proprio quando vorremmo essere forti, presenti, stabili.
Quando diventiamo genitori con una storia che brucia ancora
Uno degli aspetti più potenti — e spesso più silenziosi — dell’attaccamento traumatico è che i suoi effetti non si fermano all’infanzia. Possono riemergere, con tutta la loro forza, proprio nel momento in cui diventiamo adulti e, a nostra volta, genitori.
Perché l’attaccamento, come ci insegnano le neuroscienze, è piuttosto stabile. Una volta organizzato (o disorganizzato), tende a riprodurre se stesso. È una lente che indossiamo senza rendercene conto. E quando ci ritroviamo a reggere tra le braccia un neonato che piange disperato, o un adolescente che ci guarda con occhi carichi di sfida, quella lente si fa sentire.
Può succedere di reagire con un controllo eccessivo, perché la vulnerabilità ci terrorizza. O di sentirsi sopraffatti dalla fatica, come se ogni richiesta emotiva del bambino attivasse dentro di noi un’allarme antico. Ci si può sentire in colpa per emozioni che non sappiamo regolare, oppure convinti, nel profondo, di non essere abbastanza — perché nessuno ci ha mai mostrato come si fa a sentirsi abbastanza.
A volte il rischio più grande è quello di oscillare tra l’iperaccudimento e la chiusura, tra il voler “salvare” il proprio figlio da ogni dolore e il sentirsi svuotati al punto da non reggere nemmeno un capriccio. E spesso, il bambino percepisce tutto questo e reagisce, non “male”, ma nel solo modo che conosce: amplificando il bisogno.
Ed è lì che si rischia di innescare, senza volerlo, una trasmissione invisibile. Quel tipo di ferita che passa attraverso i gesti, gli sguardi, i silenzi, ben prima delle parole. Non perché siamo “cattivi genitori”, ma perché stiamo ancora cercando di essere figli.
Ma la buona notizia esiste: si può fare diversamente
La stabilità dei modelli di attaccamento, per fortuna, non significa immutabilità. Come ci insegna anche la teoria dell’attaccamento adulto, le esperienze correttive — soprattutto quelle relazionali — possono riorganizzare il modo in cui ci percepiamo, e quindi il modo in cui ci relazioniamo con i nostri figli.
E sì, questo accade anche (e forse soprattutto) in terapia, dove una relazione basata su sicurezza, coerenza e sintonizzazione può diventare la base da cui partire per essere un genitore nuovo. Un genitore che non deve essere perfetto, ma presente. Capace di riconoscere i propri limiti senza farsene divorare. Capace di mettersi in ascolto non solo del proprio bambino, ma anche del bambino che è stato.
A volte, è proprio nel momento in cui diventiamo genitori che il nostro passato bussa con più forza. Riconoscerlo, accoglierlo e prendersene cura è forse il gesto più potente d’amore che possiamo fare — per noi stessi, e per chi ci guarda crescere, giorno dopo giorno, da quella minuscola sedia della cameretta.

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