Parlare di autismo: La verità come dono

Come promesso riprendo a condividere con voi, oltre a frammenti di vita personale, anche alcune riflessioni e spunti che arrivano dal mio lavoro clinico, dai miei studi e da momenti formativi particolarmente stimolanti.

Ho seguito un corso con la dottoressa Canavese, psicologa e psicoterapeuta con una lunga esperienza nell’ambito delle neurodivergenze. Un corso ricchissimo, pieno di immagini potenti e riflessioni urgenti.

Una tra tutte mi ha colpita e commossa, e sento prezioso portarla anche a voi.

Parlavamo della diagnosi in età evolutiva — in particolare quella di autismo — e del dubbio che spesso attanaglia i genitori: glielo diciamo? quando? e se fosse troppo presto? e se poi cambia?

E non nego che avevo di fronte a me i volti di alcuni genitori incontrati questi mesi ed arei proprio voluto che potessero ascoltare quelle parole, ed anche per questo oggi ve le scrivo

Quando tuo figlio è un cubetto in un mondo di sferette

L’immagine che la dottoressa Canavese ci ha regalato è semplice, profonda e tenera. Parla di forma. Parla di identità. Parla di come ci si sente a crescere in un mondo che non è fatto per te.

“Il mondo è fatto di sferette. Tutto scorre liscio, le sferette rotolano, si incastrano tra loro senza troppi attriti.

Ma poi nasce un bambino cubetto. Un bambino con gli spigoli. E gli spigoli si sentono. Non passano inosservati. Non scivolano via.

Ecco, tuo figlio è un cubetto in un mondo di sferette.

Che facciamo?

Gli insegniamo a limarsi gli angoli, così magari si adatta?

No. Perché limarsi gli angoli fa male. E poi significa rinunciare a parti di sé, quelle stesse che lo rendono unico.

Allora lo aiutiamo a indossare, quando serve, un vestito a forma di sfera. Un guscio morbido, una specie di gommapiuma che protegge gli spigoli quando è necessario entrare in contatto con gli altri, a scuola, al parco, nelle situazioni sociali più impegnative.

Ma attenzione: questo guscio va usato solo quando serve, e non per troppo tempo. Altrimenti si dimentica di essere un cubetto.

Il punto non è renderlo uguale agli altri.

Il punto è insegnargli a stare al mondo senza farsi troppo male, e nello stesso tempo educare il mondo — quello delle sferette — ad accogliere e rispettare anche i cubetti.”

Non è meravigliosa? Non è una metafora che risuona potente in chiunque abbia vissuto o visto da vicino il senso di inadeguatezza di chi non si sente “come gli altri”?

I bambini non si spaventano delle parole

Spesso a spaventarsi sono i genitori. Le parole “autismo”, “neurodivergenza”, “disturbo”…( che brutta. disturba chi??) sono come pietre che non si riescono a maneggiare.

Ma i bambini, se glielo si dice nel modo giusto, se lo si accompagna con calore, verità e rispetto, non si spaventano affatto. Anzi, si rilassano. Come se finalmente qualcuno desse un nome a qualcosa che loro già sentivano da un po’ ma non sapevano spiegare.

“Filippo era Filippo ieri, è Filippo oggi, sarà Filippo domani”, diceva Canavese.

Solo che ora, se Filippo scopre di fare più fatica in certe cose, può darsi una spiegazione.

Non penserà di essere pigro, sbagliato, strano.

Saprà di essere un cubetto.

E potrà esserne fiero.

Una diagnosi è una mappa, non una sentenza

Non è una prigione, non è un’etichetta. È uno strumento. È una possibilità.

Se detta presto, e detta bene, offre al bambino un modo per conoscersi e orientarsi nel mondo.

Se taciuta, può diventare un buco nero di vergogna, solitudine e senso di colpa.

Tanto più che — come ricordava sempre la dottoressa — se c’è una diagnosi, c’è già una diversità percepita. Il bambino lo sa. Lo sente. Lo vive sulla pelle.

E se non gli spieghiamo perché, si darà lui una risposta. E molto spesso, sarà una risposta sbagliata e dolorosa: “Sono io che non vado bene”.


E se la diagnosi cambia?

Allora si aggiorna.

Ma intanto gli avremo regalato qualcosa di prezioso: il senso.

Sempre la verità, tutti la meritano

Dirlo è difficile, sì.

Ci vuole coraggio, ci vuole fiducia, ci vuole un po’ di pazienza per passare dalla paura alla possibilità.

Dire la verità è un atto d’amore. Un atto rivoluzionario.

E farlo presto è un dono immenso che possiamo fare ai nostri figli. Perché crescano sapendo che non devono diventare sferette, ma imparare a essere cubetti nel miglior modo possibile.

E — come sempre accade quando si dice la verità con delicatezza — succede qualcosa di magico:

il bambino si rilassa, i genitori si sentono meno soli, e anche gli insegnanti, i terapeuti, il mondo attorno comincia a girare un po’ meglio.

Anche se ogni tanto inciampa su qualche spigolo.

E il futuro comincia ad assomigliare un po’ di più a una casa con fondamenta solide, anche se ha le finestre storte.

E forse, proprio come in Resident Alien — la serie consigliata dalla docente — iniziamo a vedere l’alieno che c’è in ognuno di noi. E a volerci più bene, anche con gli spigoli.


Per chi ha bisogno di trovare le parole giuste, ricordate: la voce più importante che vostro figlio sentirà sulla propria neurodivergenza è la vostra. Usiamola bene. Con verità, con amore, con rispetto. E magari anche con un pizzico di ironia.

Lascia un commento

Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

supporto psicologico ›