Una storia vera (e molto comune) che ci aiuta a riflettere su cosa stanno imparando i nostri figli quando li facciamo tacere con uno schermo
Ho tre anni. Ho pianto tanto, ultimamente.
Oggi mamma e papà mi hanno dato l’iPad e mi hanno detto: “Basta piangere”.
Sul tablet parte youtube: luci, suoni, colori. Mi incanto. Mi zittisco.
I miei genitori sospirano sollevati. Finalmente silenzio.
E così nasce un meccanismo che, per quanto familiare, raramente fermiamo a guardare in faccia.
La quiete prima della tempesta
La scena è comune: un bambino in crisi, genitori stanchi, un device che “salva la giornata”.
Nessuno lo fa con cattiveria. Nessuno vuole danneggiare. Anzi: spesso è un atto disperato d’amore.
Ma il messaggio implicito uche il bambino riceve è sottile e potente:
“Quando sei triste, ti distrai. Quando provi un’emozione difficile, la spegni”.
Un giorno. Poi due. Poi sempre. Fino a quando, per cenare in pace o prendere un caffè in compagnia, ci ritroviamo a portare l’iPad al ristorante. Perché “almeno così non dà fastidio”. Perché “almeno sta buono”.
Ma i bambini, nel frattempo, imparano.
Imparano che la tristezza non si attraversa, ma si disconnette.
Che la noia è intollerabile.
Che le emozioni si zittiscono, non si nominano.
Che se sei tranquillo, vieni amato di più.
Che il dolore non si dice, si scrolla.
E il punto non è lo schermo. Il punto è cosa abbiamo disattivato mentre lo accendevamo.
A sei anni arriva il cortocircuito
Il primo giorno di scuola, quel bambino piange disperato. Ma non perché sente la mancanza dei genitori.
Piange perché… a scuola non c’è l’iPad.
E noi, che magari abbiamo cercato di fare il meglio con quello che avevamo, ci chiediamo:
“Com’è possibile? Dove ho sbagliato?”
Al mattino piange spesso che non vuole andare a scuola. Cosi come lui non ha imparato a regolare le emozioni cosi i suoi genitori non hanno imparato a stare con le sue emozioni dí frustrazione e di tanto in tanto lo tengono a casa
Facciamo un salto nel tempo: ora ha nove anni
È ancora incollato agli schermi.
Solo che ora si chiamano Minecraft, Roblox, Fortnite.
Gioca di notte.
Fa fatica a dormire.
A scuola è distratto. Fatica a stare seduto. Non sa come si sta in un gruppo.
Gli danno una diagnosi di ADHD.
E qui si apre una parentesi importante: no, l’ADHD non è causato dagli schermi. Ma un uso eccessivo, passivo, sostitutivo di esperienze reali, può somigliare molto a certi sintomi.
Disattenzione, impulsività, disregolazione emotiva. Quando lo schermo diventa regolatore principale, il bambino perde progressivamente la capacità di farlo da sé.
Quello che davvero serve ai bambini (e anche a noi)
Ci sono cose che i nostri figli devono vivere per crescere bene:
- il tempo della noia
- il gioco non strutturato
- la delusione
- il contatto fisico
- la relazione autentica, senza schermi di mezzo
- la frustrazione
- il silenzio
- la fatica
- l’attesa
Tutte cose che uno schermo può facilmente cancellare, soprattutto se messo in mano troppo presto, troppo spesso, al posto del nostro sguardo.
“Ma io sono esaust*. Non ce la faccio sempre a reggere.”
Hai ragione. E non sei sola.
Questo discorso non è un’accusa ai genitori, ma un grido collettivo di consapevolezza.
Viviamo in un mondo dove le famiglie sono isolate, senza villaggi, senza reti, senza spazi per chiedere aiuto.
Gli iPad sembrano la risposta. E in certi momenti… forse lo sono. Ma non possono diventarlo sempre.
Non possiamo affidarci agli schermi per coprire ogni disagio, ogni capriccio, ogni fatica emotiva.
Perché così, nel tempo, insegniamo ai nostri figli a non tollerare nemmeno la più piccola ferita.
E li lasciamo soli, nella giungla delle emozioni, senza strumenti per orientarsi.
E allora, da dove si riparte?
Non da una demonizzazione degli schermi, ma da una domanda:
Che ruolo stanno avendo nella vita di mio figlio?
E soprattutto:
Riesco a stare con lui mentre è arrabbiato, annoiato, frustrato? Riesco a reggere quella parte lì, senza zittirla?
Non sempre. Ma ogni volta che ci riusciamo, anche solo un po’, stiamo educando.
Non alla tranquillità, ma alla competenza emotiva.
Non al silenzio, ma alla regolazione.
Non alla distrazione, ma alla presenza.
Abbiamo bisogno di più supporto. Tutti.
Non possiamo cambiare questa narrazione da soli.
Abbiamo bisogno di parlarne. Di guardarci con onestà, senza giudicarci. Di costruire comunità educanti che sostengano davvero le famiglie. Di smettere di pensare che un bambino “bravo” è un bambino muto.
Abbiamo bisogno di meno iPad e più abbracci.
Meno silenzi perfetti e più lacrime accolte.
Meno “tutto bene?” e più “raccontami com’è dentro”.
Perché crescere non è essere tranquilli.
È imparare a sentire. E restarci. Insieme
e mamma e papa hanno bisogno di supporto a loro volta, e può essere che lo trovino nella stanza delle parole…

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