“Se stai bene tu, sto bene io”: come nasce il caregiving compulsivo

C’è una frase che rimbomba nella testa di molti adulti: “Se stai bene tu, sto bene io”. Detta così, suona quasi come un inno all’altruismo. Peccato che, in realtà, sia spesso il motto inconsapevole di chi ha imparato troppo presto a fare il genitore del proprio genitore.

Sì, perché il caregiving compulsivo non è una scelta adulta né una vocazione solidale. È una strategia di sopravvivenza che nasce da bambini. Quando? Quando il genitore – per qualunque motivo – non c’era davvero. Non parlo di assenze fisiche, ma di quelle emotive, affettive, psicologiche. Mamme troppo tristi per accorgersi, papà troppo ansiosi per rassicurare, adulti troppo spaventati per proteggere. E un bambino, anche piccolissimo, lo sa: se il suo caregiver crolla, lui non ce la farà.

Allora che fa? Si mette al lavoro.

Comincia a rassicurare lui, a rendersi buono, perfetto, silenzioso. Smette di chiedere. Fa di tutto per non essere un problema. Va bene a scuola, sorride agli zii, gioca da solo. È il bambino d’oro, quello che non dà pensieri. Ma non è un dono della natura: è una necessità.

È un sistema che nasce per garantire la sopravvivenza, mica per compiacere. E che, col tempo, diventa un copione. Un pattern. Una vocina interna che ripete: Se tu stai bene, io sto bene.

Eppure si cresce. Si prende la patente (o magari no), si va a vivere da soli, si ha un lavoro, perfino una famiglia. Insomma, si sopravvive da sé. Ma quel sistema lì dentro non lo sa. Non è aggiornato. Come un software rimasto alla versione “bambino di sei anni con mamma depressa”. E così, anche a quarant’anni, si continua a funzionare come allora: ci si preoccupa degli altri, si annusa l’umore delle persone appena entrano nella stanza, si anticipano i bisogni altrui. Sempre in allerta, sempre iperfunzionanti, sempre con un sorriso professionale stampato in faccia, anche quando dentro si sente solo stanchezza.

È qui che entra in gioco il trauma relazionale. Che non è l’evento catastrofico, ma quello che non c’è stato: l’accudimento, la protezione, la coerenza. È il trauma di chi non ha potuto affidarsi, e quindi ha dovuto fare, sempre, per tenere insieme tutto.

Il problema? È che non si riesce a smettere. Non si riesce a godersi un amore, un successo, un respiro. Perché la regola interna è: prima devo sistemare tutto fuori, poi – forse – starò bene anch’io.

E invece no. Funziona al contrario. Ma per scoprirlo ci vuole tempo. E spesso ci vuole terapia.

In terapia succede una cosa magica e banalissima: si parla. Si ascoltano le parti interne. Quelle che ancora vivono in uno scenario antico, che non sanno che oggi abbiamo una casa, una laurea, uno stipendio, magari anche due figli e un compagno che cucina.

Quelle parti lì hanno bisogno di sapere che non siamo più soli, che non dobbiamo più salvare nessuno per esistere. Che possiamo anche fallire, riposare, dire di no. Che la nostra esistenza non dipende più dall’umore instabile di chi doveva prendersi cura di noi.

Ecco allora il senso del lavoro terapeutico: aggiornare il nostro sistema. Far parlare le parti. Portarle nel presente. Dire loro che non siamo più bambini abbandonati, ma adulti interi. Che possiamo finalmente prenderci cura anche di noi.

E, ogni tanto, lasciarci accudire.

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Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

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