Stavo andando in ospedale da mia madre, come ogni giorno da quindici giorni. Attraversavo sulle strisce pedonali, come si fa, col passo svelto di chi è in ritardo, con l’ansia addosso e la testa piena.
Poi un colpo. Forte.
Un’auto mi ha investita. L’autista non mi ha vista — forse distratto, forse al telefono, forse solo in quel tipico stato di assenza in cui si vive di fretta, senza davvero vedere.
Mi sono ritrovata in aria e poi sull’asfalto. Ambulanza. Ospedale.
Cinque punti in testa, una clavicola dolorante, un dito lussato. Poteva andare molto peggio. Ma sono viva. E anche se fa male ovunque, dentro e fuori, lo sento: è un dolore che parla.
In questi ultimi due anni non mi sono fermata mai. Caregiving lo chiamano. Prendersi cura. Ma a volte diventa un fare compulsivo, un annullarsi.
Sono stata in ogni accesso, ogni visita, ogni ricovero di mia madre. Come se la mia presenza potesse cambiare l’esito. Come se potessi tenere tutto insieme.
E invece oggi ho capito — nel modo più brutale possibile — che non posso salvarla io. Possono provarci i medici. Io posso solo esserci.
Ma per esserci davvero, ho bisogno di esserci anche per me.
La vita a volte ci prende di petto per ricordarci che non siamo invincibili.
E che non importa se sei uno psicologo, se lavori con le emozioni, con la cura, con la sofferenza. Sei umano.
Hai i tuoi automatismi, i tuoi limiti, le tue fragilità. Ti accanisci, ti illudi, crolli, ti rialzi. Come tutti.
La differenza, forse, sta nel provare a farne qualcosa.
Oggi ho avuto paura. Una paura fredda, che non se ne va nemmeno ora. Ma dentro a questa paura c’è anche una voce che dice:
“Sei ancora qui. Respiri. Puoi parlare. Puoi abbracciare. Puoi sentire. Puoi cambiare direzione.”
È stato un giorno terribile in mezzo a tanti giorni difficili. Ma scelgo di vederlo anche come un giorno in cui la vita mi è stata restituita. Un giorno che mi chiede — con gentilezza e con forza — di onorarla.
Non so bene cosa voglia dire farlo, ma forse inizio col provare a rallentare. Con il concedermi almeno un po’ della cura che offro agli altri ogni giorno.
Con l’ascoltarmi. Con il chiedermi di cosa ho bisogno.
Con il riconoscere che, a volte, essere forti vuol dire anche fermarsi.
E ricominciare.


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