Perché le coccole fanno bene al cuore, al cervello… e alla vita.

5–8 minuti

Un regalo nel giorno di Mamma Irene

Oggi è il compleanno di Mamma Irene.

Una donna speciale, il cui amore continua a vibrare in gesti concreti.

Nel suo ricordo è nata l’associazione Le Coccole di Mamma Irene, che porta presenza, calore e contatto umano ai piccoli della TIN dell’ospedale Maria Vittoria di Torino.

Ma chi la conosce – o meglio sente – sa che Mamma Irene continua ancora oggi a orchestrare incontri, far nascere alleanze, disseminare atti di gentilezza invisibili ma profondi. Di quelli che cambiano la vita a chi li riceve, e anche a chi li dona.

Così accade alle volontarie e ai volontari della sua associazione, che ho avuto il privilegio di incontrare e accompagnare in alcune occasioni, e che con gentilezza poco tempo fa mi ha invitata a partecipare ad una serata di formazione bella, intensa, piena di umanità e domande vere.

Oggi, proprio nello spirito del dono, ci sarà un convegno importante: “Costruire Comunità Empatiche e Gentili: l’impegno delle associazioni torinesi per neonati e bambini”. Avevo l’onore di partecipare come moderatrice, ma purtroppo non potrò esserci. Sono fuori regione, accanto alla mia mamma ricoverata.

La vita, come spesso succede, ci porta dove serve che stiamo.

Per celebrare comunque questo giorno speciale, voglio condividere un piccolo tesoro: il cuore di quella serata formativa con il prof. Rosario Montirosso a cui ho avuto il privilegio di partecipare come Amica dell’associazione. Un incontro semplice eppure profondissimo, dedicato a un tema solo in apparenza “leggero”: il tatto. Il tocco. Le coccole.

Quelle che cambiano il mondo.

1. Le carezze cambiano il cuore… e il cervello

Quando tocchiamo un neonato con gentilezza, il suo cuore rallenta, si stabilizza. E il suo cervello si sincronizza con il nostro. È la co-regolazione in atto: un processo di connessione profonda che parte dalla pelle e arriva all’anima. Non è poesia: sono dati neuroscientifici .

2. La pelle ha memoria, e riconosce l’amore

I neonati, anche bendati, distinguono la carezza della mamma da quella di un’estranea. Il cuore batte in modo diverso. Ma attenzione: tutti i tocchi affettuosi sono benefici, anche quelli dei volontari. Quando manca il genitore, la presenza amorevole di un altro può fare da “utero esterno”, offrendo protezione e calore .

3. C’è una velocità ottimale per le coccole (e sì, la mamma la conosce)

Le mamme (e i papà, anche se meno consapevolmente) accarezzano i propri bambini a circa 3 cm al secondo: esattamente la velocità che attiva le fibre tattili connesse al piacere e al legame. È come se il corpo sapesse da solo come “scrivere amore sulla pelle” .

4. Le coccole fanno bene all’apprendimento

Se accarezzi un bambino mentre gli parli, impara di più. Le ricerche dimostrano che il contatto migliora l’apprendimento linguistico e visivo. Toccare, quindi, non è solo una forma di conforto, ma un potente amplificatore cognitivo .

5. I bambini non hanno bisogno di genitori perfetti, ma sintonizzati

Lo dice la ricerca, lo dice la clinica, lo dicono tutti i bambini che incontriamo. Non serve essere sempre “giusti”, ma capaci di tornare. La riparazione dopo una disconnessione è più importante della connessione stessa. Anche nelle coccole vale: non è grave se ti distrai, se ti fermi. Torna. E toccalo di nuovo. Piano.

Il tocco non è solo un gesto d’amore: è un meccanismo neurobiologico di cura

Il dott. Montirosso: “Siamo nati da un abbraccio. Il grembo materno è il nostro primo abbraccio.”

Già da lì, impariamo che la nostra intelligenza emotiva – quella che ci permette di riconoscere, comprendere e regolare gli stati d’animo – nasce proprio dalla necessità di prenderci cura dei cuccioli della nostra specie.

Il tocco non è solo istintivo. È sofisticato. È regolazione, legame, apprendimento.

Cosa succede quando tocchiamo (e quando veniamo toccati)

La ricerca ha dimostrato che il tocco:

  • riduce lo stress, abbassando i livelli di cortisolo;
  • agisce come analgesico, diminuendo la percezione del dolore;
  • favorisce la regolazione emotiva, rallentando la frequenza cardiaca del bambino;
  • rafforza i legami affettivi, stimolando la produzione di ossitocina;
  • migliora la memoria e l’apprendimento linguistico, quando accompagna le parole o i gesti;
  • attiva il sistema di ricompensa cerebrale, sostenendo le motivazioni sociali.

Ma c’è di più. Il tocco ha il potere di sincronizzare i corpi e i cervelli. Cuori che battono all’unisono, cervelli che si allineano se guardano insieme un cartone o se mamma e bambino si accarezzano. Questa è neurobiologia dell’amore, non poesia. O meglio, è poesia scritta nel corpo.

Le mamme toccano 10 ore al giorno. E i papà? Anche.

Una mamma, nei primi mesi di vita del bambino, lo tocca in media per 10 ore al giorno. Non solo per accudirlo, ma per comunicare, calmare, giocare, sintonizzarsi.

Anche i papà toccano – magari in modo diverso: più stimolante, più orientato al gioco, ma con lo stesso potenziale di connessione e crescita.

E se ci pensate… i bambini si aggrappano. Sono “cuccioli portati”, progettati per stare addosso, per sentire il corpo dell’altro.

Ma vale anche se non siamo genitori?

Sì. Ed è questa una delle domande più profonde della serata, posta da Carmen, responsabile dei volontari:

Anche se non abbiamo un legame biologico, anche se non siamo la mamma o il papà, possiamo fare del bene con il nostro contatto?

La risposta, confortante e scientificamente fondata, è: .

I bambini riconoscono il tocco materno, lo discriminano da quello degli estranei – ma questo non significa che un altro tocco non sia benefico. L’importante è che sia caldo, regolato, coerente, stabile.

E qui entra in gioco la straordinaria intuizione del volontariato: essere presenza regolante, anche in assenza del legame biologico.

Coccolare è una questione di pelle (e di cervello)

Sotto la pelle abbiamo recettori dedicati alle carezze. Esatto: fibre nervose che esistono solo per trasmettere piacere, sicurezza, legame. Sono le fibre C-tattili, scoperte nei gatti e riconosciute anche negli esseri umani.

La pelle, il nostro organo più esteso, non è solo una barriera, ma una superficie di comunicazione. Quando accarezziamo un bambino, anche a pochi mesi, si attiva una specifica area del cervello, l’insula, legata alle emozioni. E no: non si attiva se la carezza è troppo veloce o se è fatta con un oggetto, tipo un pennello. Serve la pelle. Serve l’intenzione. Serve la presenza.

E se il bambino è prematuro?

Anche i prematuri sentono. Forse sentono ancora di più. Ma è importante sapere che prima delle 35 settimane il loro sistema nervoso potrebbe non distinguere una carezza da un tocco invasivo.

Per questo, con loro, meglio privilegiare un tocco statico, stabile, più contenitivo che dinamico, come sanno ben fare tutte le “coccolatrici” dell’associazione.

La parte più profonda dell’essere umano è la superficie

È così che Rosario Montirosso ha concluso.

Con una frase che dovremmo incorniciare:

“Tocchiamo nella misura in cui siamo stati toccati. E se non siamo stati toccati bene, possiamo reimparare a toccare.”

Allora sì, continuiamo a coccolare.

Tocchiamoli con rispetto, con presenza, con cura.

Perché, come dice la talpa al bambino in una delle ultime slide:

“Ho scoperto una cosa migliore della torta.

Un abbraccio. Dura di più.”

Oggi, nel giorno di Mamma Irene, volevo solo dire questo:

che le coccole non sono accessori.

Sono fondamenta.

Che toccare un bambino con gentilezza è un gesto rivoluzionario.

Che i volontari che lo fanno ogni giorno sono portatori sani di umanità.

Che il tocco – quello consapevole, presente, amorevole – è uno dei primi linguaggi d’amore che impariamo.

E anche uno degli ultimi a lasciarci.

Fatevi una carezza anche voi, reale o simbolica. Siate gentili, con voi stessə, ora, almeno un po’

Auguri, Mamma Irene e grazie.

Ovunque tu sia, sappiamo che stai ancora accarezzando il mondo, e le persone speciali a cui manchi ogni giorno.

Torna indietro

Il messaggio è stato inviato

Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione!

Lascia un commento

Barbara Durand è psicologa clinica formata nel sostegno a famiglie, adolescenti e adulti. Con un approccio centrato sulla persona, accompagna i suoi pazienti nel superare momenti di crisi e costruire nuovi equilibri. La sua esperienza integra competenze scientifiche e una profonda comprensione delle dinamiche relazionali, offrendo percorsi personalizzati per affrontare sfide evolutive ed emotive. Lavora a Torino, è un punto di riferimento per chi cerca supporto psicologico e strategie efficaci per il benessere personale e familiare.

supporto psicologico ›